venerdì 25 marzo 2016

Roero Days - I Cavalieri della sabbia si presentano alla corte sabauda

 21/22 Marzo 2016 - Cascina Medici del Vascello


Conclusa la prima edizione di Roero Days organizzata dal  Consorzio Tutela Roero presso la  Cascina Medici del Vascello della Reggia di Venaria Reale, l’elegante Residenza Sabauda proclamato Patrimonio UNESCO, è tempo di bilanci. Senza dubbio è stata una due giorni che i produttori, gli enoappasionati e gli addetti al settore ricorderanno a lungo. Il Roero può piantare nella sua sabbia una bandiera per segnare un primo importante traguardo raggiunto. Lo scopo di questa due giorni era quello di far conoscere la reale identità del Roero prima territorio, poi vino.Laboratori, degustazioni, conferenze e banchi di assaggio sono stati presi d’assalto da un numerosissimo pubblico arrivato alla Venaria da tutte le regioni del nord ovest, segno che il Roero non è poi cosi "poco noto” o da considerare solo come un “fratello minore del Barolo”.Il merito di questo successo va dato anche agli ospiti chiamati a condurre i laboratori  e le degustazioni guidate a cui seguivano gli squisiti piatti proposti nella sala ristorante, elaborati da Davide Palluda, Chef del Ristorante l’Enoteca di Canale e da “Il Centro di Priocca”.
Tra i molti nomi di esperti chiamati a corte si citano, Oscar Farinetti,  Daniele Cernilli, Cavallito&Lamacchia, Vittorio Manganelli, Alessandro Masnaghetti, Gianni Fabrizio, Fabio Gallo, Giancarlo Gariglio, Rocco Moliterni e molti altri.


A confermare il punto di arrivo e di partenza è stato il dibattito andato in scena durante la “Tavola rotonda: “L’identità del Roero Docg e le prospettive di mercato”  in cui il Presidente del Consorzio Roero, Francesco Monchiero sin dalle prime battute ha fornito importanti spunti di riflessione su cui lavorare per promuovere il vino e il territorio. “Bisogna avere un Consorzio che protegga il Roero e che consenta di valorizzare la denominazione”. Queste le parole del Presidente il quale ha evidenziato più volte che per il futuro la priorità principale deve essere quella di  puntare sull’identità territoriale perché "il Roero è un territorio unico che ha due grandi autoctoni” che producono 5.5 milioni e mezzo milione di bottiglie per il Roero Arneis e Roero, rispettivamente.

Alla domanda: "Cosa si può fare per migliorare ?” L’uomo-marketing delle Langhe, Oscar Farinetti ha proposto di narrare il Roero con semplicità e con una comunicazione chiara tale per cui il destinatario capisca altrimenti, dice, "c’è il rischio di non riuscire ad arrivare alla gente che non compra le cose che non capisce, quasi come fosse una vendetta”. Il Roero, continua, "é una terra complicata e per renderla famosa nel mondo bisogna puntare su tre aspetti: la simpatia, la cultura, il concetto di produzione plurivarietale ed infine la consapevolezza che il Roero è un vino che si può bere tutti i giorni.” 


Il tema più sentito, forse, è quello sulla proposta di inserire in etichetta il nome del vitigno impiegato per la produzione del Roero, il Nebbiolo. La critica e i produttori sono molto combattuti e si interrogano sulle prospettive funzionali di questa eventuale integrazione. Attendiamo fiduciosi e sono sicura che la decisione che prenderà il Consorzio sarà quella più saggia poichè come dice Daniele Cernilli, “bisogna procedere comunicando il territorio in maniera compatta classificando la zona non per qualità ma per cultura”. Per il critico enogastronomico Vittorio Manganelli invece “l' idea di mettere il nome Nebbiolo in etichetta e farlo diventare Roero-Nebbiolo è azzardato perché bisogna puntare sul territorio e sugli aspetti turistici per consentire al Roero di affermarsi nel mercato italiano ed inoltre c’è il problema dei costi, i prodotti devono essere accessibili ma non eccessivamente proposti a cifre basse. No alle battaglie sul prezzo. Il Roero ha personalità e non deve essere svenduto”. Concordo con le parole del Presidente Monchiero quando dice che l’ essere al confine con le Langhe non è una fortuna o una sfortuna perchè “bisogna affermare l’unicità per uscire fuori”. La presenza della sabbia e i conseguenti profumi e tannini più gentili, sono le caratteristiche su cui focalizzare la comunicazione.


Il trend di mercato, inoltre, aiuta a proporre questa tipologia di vini, più magri di un Barolo, profumati quanto un Dolcetto, intensi ed eleganti come un Barbaresco ma non per questo privi di integrità, spessore e longevità grazie alla presenza di calcare e di argilla nel suolo. “È tempo di fermare il paragone con il Barolo e di pensare solo ad esprimere l’ identità territoriale” ha concluso Monchiero.Dopo l’assaggio di Roero Arneis rimasti in bottiglia per più di dieci anni si prende atto che per quanto concerne l’Arneis non si può solo più parlare di un vino “semplice” ma anche di “struttura” in grado di esprimersi a lungo.Lo stesso discorso è valido per il Roero e per la sua incredibile capacità di tenuta nel tempo. Il disciplinare prevede un periodo di affinamento di 20 mesi, di cui almeno 6 in legno per il Roero, e di 32 mesi per il Riserva. I vini sono destinati alla vendita soltanto a partire dal 1° luglio del secondo anno successivo alla raccolta delle uve (terzo anno per la Riserva). Alcuni produttori decidono di aspettare un ulteriore anno o più, prima della messa in vendita proprio per lasciare che il tempo smorzi la rigidità e l’irruenza tannica presente nella giovane età del Nebbiolo del Roero.


Erano circa 60 le aziende presenti, 40 ai banchi di assaggio e i rimanenti presso il wine bar. Tra i tanti alcuni di cui  ritrovo ancora la sabbia nella borsa come quando rientri dalla spiaggia, sono: 

Roero Arneis Terre del Conte 2012 DOCG – Cantine Povero: azienda storica del Piemonte con i primi documenti storici risalenti al 1837. Oggi la produzione è cospicua e abbraccia tutti i territori delle Langhe e del Roero. Per questo vino le uve provengono da un unico appezzamento “Terre del Conte”, da cui prende il nome, in cui il suolo ricco di sabbie e argille calcaree, è situato nella zona più settentrionale del Roero verso San Damiano d’Asti. La produzione annuale si attesta intorno alle 10.000 bottiglie. Il colore è un giallo paglierino caldo e il naso richiama i frutti esotici, la pera e la vaniglia con note di magnolia e di mandorla secca. In bocca colpisce per la morbidezza iniziale e l’equilibrio tra acidità e sapidità. Un vino semplice ed armonico che si presenta senza punti di discontinuità, da concedersi ogni giorno.


      Roero Arneis 2015 DOCG - Pinsoglio: l’azienda a conduzione familiare, è situata a Canale nella frazione Madonna dei Cavalli. Degli 8 ettari di proprietà le vigne per la produzione di questo vino provengono da un unico vigneto, il Malinat. Il colore  è giallo paglierino vivo. Il naso richiama il mango e la pesca dalla pelle vellutata tipo Royal Gem.  In entrata il gusto è rotondo, denso e delicato che avvolge a lungo. Armonico e di buona freschezza, nel finale si presenta con aromi caldi ed amari (mandorla). Un vino meno salino di altri ma che stupisce per la sua semplice ma intensa fruttuosità. 

   Roero Arneis 2015 DOCG - Antica Cascina dei Conti di RoeroLa cantina è situata nel cuore del Roero a Vezza d’Alba. La famiglia Olivero  coltiva 15 ettari in terreni perlopiù sabbiosi ricchi di sedimenti fossili e marini situati nei comuni di Vezza d’Alba, Canale e Monteu Roero.  Il vino si presenta di color giallo paglierino carico, al naso si percepiscono profumi di pesca gialla matura con note di camomilla mentre la bocca si ricorda per la sua elegante femminilità, di buona intensità. L’onda salina per nulla invadente arriva in seconda battuta per interrompere la fine tessitura che si poggia sul palato. Già di buon equilibrio e compattezza è doveroso il riassaggio quando saremo in estate, sulla sabbia. Un vino di personalità.


     Roero Arneis San Vito 2015 DOCG - Pelassa: l’azienda si trova a Monta d’Alba in uno dei comuni più vocati, dal 1960. Per questo vino il nome in etichetta richiama la Frazione del paese in cui nascono le uve. Il colore è giallo paglierino brillante. Il naso richiama profumi di melone bianco e di biancospino. Il gusto ha carattere, si presenta intenso e delicato al contempo di una complessità che ammaglia. Finezza e struttura si uniscono, quest’ultima da intendere come solidità e pienezza. Le spalle acide e saline sono le colonne portanti in questo vino. Il finale è leggermente verde, crudo, che ordina piatti a base di pesce o formaggi. Un vino da accompagnamento.

     Roero Arneis Cecu d’ la Biunda 2015 - Monchiero Carbone: siamo in una delle aziende più note del Roero situata a Canale nella terra alma mater del vitigno Arneis. Le uve usate per la produzione di questo vino provengono da due vigne che circondano la "Valle di Vezza" e quelle nel celebre “bricco Renesi “ dove si narra che a metà del millennio scorso sia nato l’Arneis. I suoli calcarei e sabbiosi conferiscono a questo vino un colore giallo paglierino intenso. Il naso richiama la polpa e la dolcezza della frutta matura con punte di frutta secca di anacardi. In bocca l’ampiezza e la rotondità avvolgono a pieno il palato. Il gusto si concentra e diviene voluminoso ed intenso. La freschezza e il tannino creano uno spessore che si impone da prendere come modello.















 Roero Riserva Mompissano 2012 DOCG - Cascina Ca’ Rossa: il primo imbottigliamento risale al 1995 ma la spinta propulsiva per questa realtà è arrivata con l’acquisizione dei terreni in zone tra le più pregiate del Roero, l’Audinaggio in Valmaggiore di Vezza d’Alba. Oggi l’azienda è certificata biologica e vanta ben 13 ettari di proprietà. Per questo vino dopo 30 mesi di affinamento in botti di rovere di Slavonia si effettua l’  assemblaggio in acciaio inox e prima della messa in vendita lo si lascia riposare in bottiglia per ulteriori 4 mesi. Il colore è rosso rubino intenso. I profumi sono eterei, dolci di ciliegia matura e spezie. In bocca l’astringenza e il tannino sono in perfetta sintonia. Il gusto è compatto e preciso tale da unire le influenze sabbiose, calcaree ed argillose del Roero. Un vino da definire “il manuale del Roero”.


   Roero Sudisfá 2012 DOCG - Negro Angelo e Figli : siamo di fronte ad una delle cantine che indiscutibilmente ha segnato la storia del vitigno Arneis. Dal 1670 la famiglia Negro si dedica con passione alla cura della vigna. Oggi, sono quasi 60 gli ettari di vigneti, dislocati tra la Cascina Perdaudin in Monteu Roero, la cascina San Vittore in Canale e Basarin in Neive. Per questo vino la raccolta delle uve è manuale, provenienti da vigne con età di 35 anni. Il vino dopo un periodo di 24 mesi in barrique, di cui il 20% nuove e 6 mesi in bottiglia, si presenta di colore rosso rubino profondo con riflessi granati. Il naso richiama la confettura di fragola e di pesca con note di pepe e di cacao amaro. In bocca si percepisce un ampio manto dal gusto caldo, succoso ed omogeneo. La tessitura è morbida, fitta, decisa e di lunga persistenza. Sicuramente un gran Roero che merita l'attesa.


   Roero Bric Volta 2009 DOCG - Malabalia: una cantina che racchiude nel suo nome la sua storicità. Le prime notizie di attività e di produzione risalgono al 1270. Oggi gli ettari di proprietà sono circa 22 con una produzione di 100.000 bottiglie annue. Per la produzione di questo vino le uve Nebbiolo sono raccolte in terreni perlopiù sabbiosi. L’età delle vigne è di 25 anni con esposizione a sud – sud ovest nella zona di Canale. Per l’elaborazione di questo vino si sceglie un periodo di affinamento in tonneau da 5 hl per 16-18 mesi.  Il colore è rosso rubino vivo e il profumo richiama la rosa canina e la mora. La bocca è di sconvolgente eleganza e dinamicità come un cavaliere che conquista la dama passo dopo passo e non la abbandona. Il gusto è protetto dall’acidità unita a tannini sottili e precisi. Il palato, serigrafato da punte iodate, è avvolto da un mantello spesso e delicato. Ottimo equilibrio e dinamismo, Joker.

Roero Riserva Printi 2012 DOCG  - Monchiero Carbone: per la produzione di questo vino le uve provengono da vigne (2,5 ettari) della zona di Canale esposte ad ovest. L’affinamento avviene in barrique di diversi passaggi (50% nuove e 50% di 2° - 3° passaggio) per 24 mesi e 2 anni in bottiglia prima della messa in vendita.  La profondità di questo vino riporta all’immagine e alle sensazioni che ti danno le sabbie mobili. Il colore è rosso rubino chiaro con profumi eterei, succosi di ribes e di mirtilli. In bocca è completo, i tannini morbidi e l’ acidità si rispettano e si esprimono senza interruzioni. Un vino da masticare, leale al territorio che merita di essere assaggiato ancora più avanti. Una cambiale del gusto.


Dopo il successo di questa prima edizione che ha visto la presenza di oltre 2200 persone  già si pensa al 2017 e ad un Roero Days itinerante. Mettiamoci comodi, lo spettacolo è appena iniziato, abbiamo assistito ad una anteprima, i Cavalieri della sabbia roerina sono pronti a sfidare  il Barolo, il Re dei vini.



Alcune considerazioni le trovate anche su La voce del vino | Foto ©Tino Gerbaldo

mercoledì 9 marzo 2016

Live Wine - Man Alive

Palazzo del Ghiaccio - Milano
Nel weekend più nevoso dell’inverno 2016 al confine con la primavera, nella capitale della moda e della tecnologia è andato in scena Live Wine, il Salone Internazionale del Vino Artigianale. Al Palazzo del Ghiaccio location scelta per definire forse, già dal nome, la purezza dei prodotti, sono arrivate da tutta Italia e Francia oltre 100 aziende vitivinicole di piccole e medie dimensioni che con le loro produzioni biologiche, biodinamiche o naturali si sono presentate e confrontate con il numerosissimo pubblico presente.
Oltre ai banchi di assaggio a rendere ancora più naturale la manifestazione ci hanno pensato le degustazioni guidate del giornalista ed editore, Samuel Cogliati, un grande esperto di vini Francesi che collabora da anni con la più autorevole rivista di vino dei cugini francesi, LeRouge&leBlanc, nonche al timone della sua Possibilia Editore.
Oltre ad essere autore di numerosi testi sulla Champagne e sui vini naturali, Samuel vanta collaborazioni prestigiose come quella con Francois Morel.
Da anni seguo e leggo i testi dell’appassionato scrittore è ed per me un quasi un obbligo partecipare alla degustazione alla cieca, “Champagne - Blanc de...quoi?” organizzata in occasione di Live Wine.
Concordo quando Samuel dice che le degustazioni alla cieca sono quelle che “ti impongono a fare uno sforzo, ti mettono in discussione e portano a dover ricalibrare il proprio giudizio” cosi come quando dice che lo “Champagne è il vino più rappresentativo del territorio”.
Prima degli assaggi sono necessarie alcune premesse. Aiutati da un brillante e conciso schema ci si domanda: “Che cosa cerchiamo in uno Champagne? Qual è la sua identità? Che cosa intendiamo per riconoscibilità?” Gli elementi esposti riportano alle variabili della vendemmia, del suolo, del clima, della fermentazione, del dosaggio, della scelta dei lieviti impiegati, dell’affinamento e cosi via…
Ma a monte di tutto ciò non v’è sempre e comunque solo l’uomo? Non è lui che in ogni annata scruta il comportamento e le reazioni delle piante, governa le uve e decide quali caratteristiche esaltare? I colori, i profumi e,  se necessario, i difetti da nascondere, durante l’elaborazione del vino? In pochi sorsi  è la componente umana, la ragione, il buon senso, che definiscono “lo stile” concetto a volte impropriamente usato se analizziamo poi le domande di mercato e la squisita creazione di prodotti creati per soddisfare tali richieste…
Esauriti i trattati è tempo di assaggiare e cercare di riconoscere il territorio della Champagne che prima di essere vino è mito, regione, uno status symbol.

Vini in degustazione:
1° campione. Il perlage mi stupisce, finissimo e moderatamente veloce. Il naso è pulito, elegante e fine con note di pera e di albicocca secca. In bocca l’acidità è ben presente e il gusto è pertinente  al naso. Un capotto lungo, semplice, che avvolge quanto basta per definirsi montgomery.
2° campione. Profumi caldi, burrosi con note di arancia rossa. In bocca si percepisce l’invadenza e una prepotenza date da una presa ruvida e leggermente salina. L’astringenza, a tratti  fastidiosa, delinea un profilo irrisolto, una sorta di rabbia interiore, “forse per il troppo tempo passato chiuso in una botte di legno?” La parola fine è siglata da scorze di limone verde.
3° campione. Questo vino rispecchia la terra di origine grazie alle note selvatiche, terrose e balsamiche. Si scorgono inoltre punte di pera, di mandorla e di cera. La sensazione di spessore tattile è collegata ai granelli salini percepiti nel fin di bocca.

4° campione. Il naso richiama sensazioni di prugna secca, pasta sfoglia, agrumi ed anice. La bocca è carnosa e con graffi dolci. L’acidità e la persistenza sono in buon equilibrio.
5° campione. Il naso spicca per le note eleganti di pompelmo e di erba tagliata. La bocca è rettilinea e il gusto viaggia ad una velocità controllata che lascia il tempo al palato di apprezzare l’astringenza, le vibrazioni citrine, leggermente ferrose. 

Ho segnato i nomi dei piccoli produttori che abbiamo scoperto ma volutamente non li menzionerò perché credo sia una forma di rispetto per il lavoro di ricerca svolto da chi mi ha guidato in questa occasione.
Condivido con chi mi legge e che si sforza di guardare il retro etichetta, il fatto che le cuvée erano poco o del tutto non dosate: brut nature, pas dose o come le si voglia chiamare, si tratta di champagne che per natura sono una reinterpretazione del concetto di terroir:  suolo, condizioni climatiche e il savoir faire dell’uomo. In questi champagne l’intuito e l’esperienza umana esaltano chi più chi meno, la freschezza, l’equilibrio, la struttura, la pertinenza gusto-olfattiva, la continuità, uno stile economico imposto…



Prima e dopo questa esperienza alive in Champagne una storia  che merita di esser condivisa è quella del Clos Cristal in cui si produce il vino Le Murs, Cabernet Franc 100%, prodotto a partire da agricoltura biodinamica dal 2001. Ci troviamo a Champigny in un villaggio della Loira in cui la parcella di solo 8 ettari esposta a sud su suolo calcareo e sabbioso, si presenta dal 1900 con 3 km di muro voluti da Antoine Cristal diventato proprietario dello Château Parnay all’età di 50 anni. Dopo aver compreso che la coltura della vite era la sua ragione di vita si dedicò totalmente alle sue terre impiantando cepages rossi in una regione vocata per la produzione di vini bianchi. In questa porzione di Loira fece costruire dei muri paralleli in cui far vivere le piante. Questa privilegiata ed atipica esposizione consente di aumentare la velocita di maturazione delle uve da 3 a 4 settimane.

Dal 22 marzo del 2011 il Clos Cristal è riconosciuto come un monumento storico ed è gestito oggi da una Associazione, da alcuni dipendenti dell’ Hospices de Saumur e da Alexe Du Bois e il marito (enologo).
Il Clos Cristal Le Murs 2014, 100% Cabernet Franc in purezza è come  un fronte occluso, l’unione di uno caldo e uno freddo. Il colore è rosso rubino quasi mattone. Il naso è una crema framboise con accenni pepati. In bocca dapprima è rotondo, avvolgente, con i tannini che si preparano ad unirsi ad una tempesta di sale. L’acidità accompagna con fermezza e decisione al gusto creando un effetto brinoso e persistente.
In Italia è distribuito da Meteri.








In ultimo dedico spazio ad altre riflessioni in merito ad un vitigno del Piemonte, il Dolcetto. Si dice “ogni territorio ha la sua cultivar” in questo caso bisogna menzionare Ovada, la terra di origine, habitat naturale del Dolcetto. 
Il mio libro preferito è “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen, perché lo cito? Al di là della storia, struggente e passionale, nelle parole del titolo, che delineano i personaggi, ritrovo le consuetudini che giuste o sbagliate che siano, rispecchiano il comportamento umano e i conseguenti errori di degustazione che si compiono già con la mente. Questi ultimi si riscontrano già a partire dall’ analisi dell’etichetta, nota o ignota, del territorio, vocato o meno e del vitigno, alloctono o autoctono.


Per il Dolcetto forse, si è stati orgogliosi e si sono avuti pregiudizi. E’ arrivato il tempo di fermare la pellicola e scrivere una sceneggiatura più realista cercando in primis i personaggi storici di Ovada e i nuovi attori che oggi recitano e tramandando la tradizione.
Mi imbatto in Roberto Porciello al timone della Cascina Boccaccio a Tagliolo  Monferrato.
I suoi vini nascono su terre rosse e bianche e dalla vigna Brocca ricava due versioni di Dolcetto, il Celso ed il Celso Zero entrambi senza solfiti, sono affinati in cemento e vecchie botti. L’annata in degustazione è la 2013: il colore è rosso rubino tendente al violaceo, i profumi spaziano da vinosi a succosi di ciliegia surmatura. 
In bocca con l’assaggio del Celso Zero la mia mente si è sbloccata, il mio pregiudizio e le mie convinzioni si sono rivelate amare. Questo vino ha una spiccata acidità, un corpo gradevole che rilascia una sensazione silente come quando nevica. Nella vigna Brocca la neve scende e in bocca si ferma, ha presa, attacca.



L’ultimum assaggio spetta al Ovada Riserva Nonno Rucchèin 2012. Le uve nascono a 3000 metri e dopo un passaggio di 2 anni in botti di rovere e 6 mesi in bottiglia raggiunge il livello supremus della cantina. I profumi richiamano una vinosità ed una maturità amarognola date dalle note di confettura e di tabacco. Il gusto cavalca nel palato su tannini che seppur gentili, lasciano le proprie orme, di razza in una traiettoria acida.




La corsa non è finita, ci rivediamo al prossimo giro, naturalmente live.