sabato 30 gennaio 2016

Grandi Bottiglie da Grandi Bottiglie

Venerdì 29 Gennaio 2016 - Grandi Bottiglie


Arrivano dei momenti nella vita in cui puoi dire: "da oggi, tutto cambia”. 
Cambia quando partecipi ad una serata in cui l’esperienza, la minuzia nella ricerca del particolare e la passione, si incontrano. Si tratta dello staff di Grandi Bottiglie, dinamica  realtà torinese guidata dal giovane Emanuele Spagnuolo che, proprio nella prima capitale sabauda, organizza serate per eno-appassionati di prestigio che meritano attenzione e dedizione. 


Ad impreziosire la serata dell' ultimo venerdì del primo mese di questo nuovo anno, oltre ai vini della regione dei rossi più blasonata al mondo, la Borgogna, c’era Camillo Favaro, prima produttore vitivinicolo poi grande esperto di questa zona del quale conoscevo solo la copertina del suo libro, “Vini e Terre di Borgogna”. Con lui, siamo andati nel cuore della Côte d’Or, nel comune di Chambertin ove il clima è continentale, caldo in estate, secco in inverno. Ai venti tocca il compito di asciugare e proteggere gli acini dagli attacchi dei temibili afidi. Dopo cinque tappe ci si è poi diretti verso Échézeaux, nella culla del Domaine più ambito, Romanée Conti.
Non mi voglio dilungare sulle caratteristiche dei vari villaggi, del terroir e della classificazione dei vini di Borgogna, su questi temi molti, sono i trattati di esperti e non, che proliferano, come funghi.


I vini in degustazione:



Gevrey Chambertin 2012 Duband: al primo vino spetta sempre l’arduo compito di rompere il bicchiere e in questo caso mi sento di dire che la classificazione village non è adatta a questa etichetta del giovane enologo David che produce, con precisione, il suo Pinot Nero da vigne vecchie di 65 anni  site in terreni più ricchi in calcare che in marna. Il colore è di un rosso rubino tale che mi traspare la pulizia della mano. Naso ad un primo approccio chiuso con spezie, pepe, cenere e foglia di pomodoro. In un secondo momento si sentirà l’eco di un ribes non del tutto maturo. In bocca morde e tutto il palato è chiamato all’ordine. Il tannino corre e si impone ma l’acidità è in coda e sfrutta tutta la sua scia. Mi riservo di riassaggiarlo in futuro quando, forse, il gusto sarà più maturo e l’acidità si sarà stancata di correre.



Charmes Chambertin Grand Cru 2011 Thibault Liger Belair: senza dubbio uno dei vini che più mi è rimasto in bocca in questa serata. Questo piccolo produttore gestisce 7,5 ettari di vìgna che seguono i dettami della agricoltura biodinamica, in 5 diversi villaggi.
Il tema del BIO e della biodinamica è molto assaggiato in questo periodo dalla critica e dai consumatori. Non è questa la sede per esprimersi, mi limito a dire che i vini prodotti a partire da agricoltura  biodinamica, si riconoscono, sempre. 
Colore rosso rubino denso, appare quasi un velo a renderlo spesso. Naso fine ed elegante con un richiamo di confettura di fragola cotta e lavanda. In bocca quella sensazione visiva si trasforma in un gusto spesso e morbido. Un velo di tannini coprono dolcemente il palato. Come spesso accade, i vini biodinamici sono timidi e, in questo caso, dopo due ore di ambientazione nel calice,  la polpa e la struttura tannica e acida di questo vino si sono espresse in tutto il loro charmeTale nome, tale vino.



Gevrey Chambertin Vielles Vignes 2010 Dugat Py: quando si dice: “parlane bene o male, l’importante è assaggiarlo”. Questa bottiglia  racchiude un pinot noir portato all’estremo che divide i palati e che riesce, in fondo al calice, a guadagnarsi la notorietà e relativi seguaci.
Il colore è concentrato, un rosso rubino che si sprofonda. Il naso è ricco in fiori, note vegetali e terrose. L’eleganza al naso e in bocca non è di domaine. In entrata è invadente e il gusto appare come la sensazione della sabbia del bagnoasciuga sulla pelle. Un vino salino e terroso, morbido e graffiante che raggiunge la quinta di uscita veloce, quanto basta a farsi ricordare.



Gevrey Chambertin 1er Cru Clos St Jacques 2013 Bruno Clair: se Roger Federer è il manuale del tennis, Bruno Clair è quello  della Borgogna. Il cru St Jacques è noto per la sua sfacciata eleganza e sfarzo e monsieur Clair nelle sue produzioni riesce ad estrarre tutti i lati del pinot nero quali eleganza, finezza, freschezza e tannino sempre in bolla, perfetta. Il colore è quello tipico del pinot, rosso rubino, chiaro e luminoso. Il naso richiama profumi dolci di vaniglia, di lamponi e di rosa. In bocca il gusto è unito e si percepiscono in maniera netta le componenti acido-tanniche ricoperte dai petali di rosa. La giovane età del vino si percepisce dalla seconda vita del tannino che rinasce nuovamente ripercorrendo l’agitazione adolescenziale. L’uso della barrique è legge e non necessita di alcuna riforma. La scelta della permanenza e della tipologia del legno impiegato, nuovo e di N. diversi passaggi, dona una rotondità che fa sciogliere, come quando una madre guarda il sorriso di un figlio che sa di aver versato il vino, fuori dal calice.




Gevrey Chambertin 1er Cru Clos St Jacques 2012 Esmonin: rimaniamo a St Jacques con una seconda espressione di Pinot prodotto con la presenza dei raspi per i 2/3 e un uso sapiente, per l’80%, di legno nuovo da parte dell’enologa Sylvie Esmonin, al timone del domaine.
Il colore non si discosta dal tipico, di Borgogna. Il naso è vegetale e ferroso con incursioni floreali. In bocca è una lama salata ed acida che insieme al pepe nero asciugano la piastra. Un vino rettilineo, rigido, figlio di una donna diretta e puntuale.  



Échézeaux Grand Cru Les Loachausses 2011 Anne Gros: con questa donna-viticoltore chiamata dalla famiglia ad occuparsi del domaine cambiamo annata e zona per raggiungere una delle più richieste di Borgogna, Échézeaux  La vigna è coltivata con regimi biodinamici e il legno nuovo viene impiegato per  l’80% circa per la sola produzione dei Grand Cru.
Il colore è rosso rubino con riflessi granati che sfumano. Il naso è femminile e romantico segnato da tanti fiori, rosa e viola, con punte di lampone, molto maturo. In bocca il tannino felpato è un’onda crescente stoppata da una diga di sale. Un vino intenso ed elegante che crea la sensazione di vuoto che ti lascia l’ immersione nell’acqua di mari profondi quando non puoi toccare il fondale ma sei conscio della presenza.



Echezeaux Grand Cru 2008 Domaine Romanée Conti: ed eccoci qui, finalmente nel centro della terra della Borgogna, nel nucleo. Sarebbe inutile, banale e borioso elencare una serie di aggettivi per definire questo domaine, il più prezioso del mondo, senza voler esagerare. I 24 ettari di vigneti sono sottoposti ad attenzioni biodinamiche, da sempre. Considerati come cavalli di razza da che si hanno tracce delle loro orme... Il suolo qui è calcareo per i primi 50 centimetri il che consente alle vigne di asciugarsi il giusto, anche nelle annate umide. 
Il colore è rosso rubino di un trasparente tale che la mia emozione, traspare. Il naso è morbido e compatto, una griglia composta da fiori, spezie e frutti rossi uniti dalla pietra bagnata.
In bocca è un infinito numero di 8 in orizzontale che penetrano nel palato. Gli infiniti cerchi (+/-oo) uno sull’altro, racchiudono tutto il territorio della Borgogna e formano un tappeto acido-salato nel quale ogni filo è una parcella, a sviluppo orizzontale e verticale. I colori, di questi fili, rappresentano le anime dei Grand Cru, femminili e maschili, giovani ed adulti, perfettamente annodati senza fuoriuscite, mai invadenti o troppo suadenti.


Quando si pensa a Romanée Conti si pensa al mito, al prezzo e al fascino che il tempo e il marketing hanno creato. Io voglio andare oltre a tutto questo e voglio tralasciare tutta l’allure e la magia che si creano quando si nomina e si sfiora l’idea di degustare un Romanée Conti. Per me l’ Échézeaux Grand Cru Domaine Romanée Conti, definito come “il base”,  è il DNA del Pinot Nero della Borgogna, è.

Non si può bere un Romanée Conti se non si ha una minima conoscenza del Pinot prodotto in questa regione e dei personaggi che, con le loro recite, animano il teatro di questa terra. Si è pronti per comprendere un Romanée Conti quando si sono ascoltate le voci più rappresentative fuori e dentro la storia: i buoni, i brutti, i belli e i cattivi. Romanée Conti non è nessuno di questi, è TUTTO, li racchiude tutti.

mercoledì 20 gennaio 2016

Barbaresco VS Pinot Noir: 2 GRANDI a confronto


La Morra - Osteria more e macine






Se quando arriva l'inverno, quello glaciale, di questi giorni, gli animali vanno in letargo e la natura dorme, c'è chi si diletta ad organizzare serate eroichedi una levatura tale che meritano di essere  raccontate e condivise con chi ha la curiosità e la voglia di seguire le mie avventure enoiche... 




In questa occasione si tratta di una serata in cui ho avuto la fortuna di scoprire molti angoli di due GRANDI mondi: i Barbareschi del produttore Roagna e diversi Noirien di Domaines francesi della Borgogna. Langhe VS Borgogna, Nebbiolo VS Pinot Nero, allacciatevi le cinture, la velocità curvatura è impostata in direzione Borgogna per raggiungere alcuni dei villaggi più preziosi e noti, come lo Gevrey Chambertin e il Nuits Saint George per dirigersi poi, a Barbaresco nelle MeGa AsiliMontefico e Pajè.

Quando ci si approccia ad una degustazione di vino, che sia didattica, in enoteca o a casa di amici, la domanda di rito, e scontata, arriva: "Qual'è il tuo vino preferito?" Il tempo e le esperienze fatte mi autorizzano a dire che non ho un vino preferito ma ho due vitigni preferiti, il Pinot Nero e il Nebbiolo con i loro lati femminili e maschili, profondi ed irruenti, dolci e rudi, ingenui da giovani e portentosi da adulti, alla conquista dei cervelli del gusto.







Sono sempre più convinta che il vino sia lo specchio dell'uomo, così come cane e padrone che a poco a poco si assomigliano e si inseguono, lo stesso fanno le vigne, vere, ed il viticultore, a cui spetta l'onere di guidarle, crescerle, ascoltarle, curarle, amarle...il risultato sono vini fruttuosi di virtù e sinergia profonda.

I Barbareschi assaggiati sono del giovane e talentuoso Luca Roagna classe 1981, che non ama parlare molto di se in quanto lascia che siano i vini a descriverlo: vivo, dolce, un produttore fuori dalle vigne comuni... La sua Azienda Agricola i Paglieri, originaria della Langa da secoli, vanta una proprietà di ben 12 ettari nelle zone più pregiate del Nebbiolo destinato a diventare Barbaresco e Barolo: Asili, Carso, Montefico, Pajè, Pira.

Per la selezione delle etichette di Borgogna bisogna fare invece un plauso ad Alessandro Vaudagna, Sommelier molto esperto e wine scout di rilievo.






Le quattro batterie di vini proposte sono:


1. Roagna Barbaresco Montefico Vecchie Viti 2009: le vigne, con più di 50 anni di età, sono in un anfiteatro di terra rivolto verso il paese di Neive,  ricco di calcare. La produzione di questo vino è centellinata e i metodi di produzione si rifanno ai metodi più antichi, come l'uso di lieviti indigeni e una macerazione della steccatura a cappello sommerso di quasi 3 mesi.
Colore rosso rubino pulsante, al naso si scorgono profumi di confettura di prugna, di menta, di pino selvatico con punte pepate. Un giovane tannino raschia la bocca e cede il passo al gusto etereo non ancora caldo. Un Barbaresco con un carattere marnoso che si confermerà nel tempo. 






2. Joseph Drouhin Chambolle Musigny Amoureuses 1er 2009: dal cuore della patria dei vini robusti e longevi della Cote de Nuits questo domaine ha le viti su terreni argillosi e calcarei. Il colore e il bouquet sono quelli tipici della Borgogna, eleganti, fini e senza spigoli. Questo premier cru è paragonabile alla sensazione che ti da una ciliegia staccata dall'albero un pelo presto con dolcezza e texture non del tutto profonde ma di acidità spiccata.


3Roagna Barbaresco Asili Vecchie Viti 2010: la zona in cui siamo impone come dress code l' abito nero. L'incursione delle sabbie nel terreno argilloso - calcareo fanno di questa zona quella elegante e femminile del BarbarescoI profumi di rosa, di prugna e la massa tannica in bocca, rendono questo vino un vento caldo che lentamente soffia e si esprime accarezzandoti dolcemente il palato.

4. Philippe Pacalet Ruchottes Chambertin Gran Cru 2010: siamo in compagnia di un maestro del Pinot Noir che sa gestire ed equilibrare in maniera esemplare gli spigoli e la finezza di questa cultivar. Il terreno di argilla e calcare si poggia su una pendenza rocciosa con buona luminosità ed esposizione a sud-est. Vino profondamente tannico e pungente, con profumi dapprima vegetali poi fruttati e potenti. Se fosse un uomo sarebbe l'amante che ti sorprende sempre che mette pepe e ti sconvolge ad ogni sorso.

5. Roagna Barbaresco Montefico Vecchie Viti 2008: l' annata piovosa ed irregolare non scompone la durezza e l'irruenza tannica dei suoli di Montefico. Il naso richiama una marmellata di more surmature e di caffè amaro. In bocca è energetico e succoso, di lunga persistenza.

6. Clos de Tart Gran cru : un vino monopole a tutti gli effetti che racchiude l' eleganza di Musigny  e la potenza di Chambertin. Colore rosso rubino profondo. Profumi spessi di frutti rossi, lampone, con punte vegetali, di cardo e di spezia. Un gusto intenso, animale, terroso, da incontrare più avanti quando si placherà l'aggressività e aumenterà la dolcezza.







7. Roagna Barbaresco Asili Vecchie Viti 2007: profumi ricchi di frutti rossi maturi, geranio e di cacao amaro. Un vino di struggente dolcezza e morbidezza in cui l'onda del gusto si esaurisce in un fondale sabbioso. Etichetta figlia di un'annata calda che ha dato uve mature e pronte.  


8. Domaine Fourrier Gevrey Chambertin Clos Saint Jacques 1er 2005: questo domaine ha sicuramente la fortuna di trattare uve provenienti da uno dei migliori 1er Cru di Gevrey Chamberlin, il Clos Saint Jacques. La superficie di proprietà totale è di ha 9 ettari e le vigne hanno dai 50 ai 70 anni di età (selezione massale impiantate nel 1910). L'uso del legno è dosato con un 20% massimo di botti nuove. La malolattica è lunghissima fino ad esaurimento e, rischio. Profumi crudi e verdi con punte di foglia di pomodoro e lattici. In bocca è teso, i livelli di acidità e di struttura, ancora smussata, ne sottolineano la gioventù. Il gusto fresco fa presagire la serbevolezza di questo vino per cui è richiesto ancora del tempo affinché esprima il suo miglior bicchiere.

9. Roagna Barbaresco Pajè Vecchie Viti 2008: le vigne tra le più storiche del Barbaresco, sono di proprietà Roagna dal 1953 e i terreni sono composti da marne e da calcare. In questo anfiteatro  le vigne di oltre 50 anni vivono con un'esposizione dolce che ben accoglie sole e venti.
Questa espressione di Barbaresco è da intendere, sensibile e profondo con un manto tannico e una dolcezza fine, sempre in armonia con il gusto di marmellata calda di frutti rossi in un fondo di caffè nero. Il naso è un mazzo di rose con legni di liquirizia.



10. Alain Hudelot Noellat Richebourg Gran Cru 2000: incontriamo un produttore wild senza misure situato a fianco del monumento della Borgogna (non c'è bisogno di citarlo) che si differenzia per il suo stile ben marcato e finito. La sua parcella Richebourg da cui si ricava questo vino è stata impiantata nel 1920. Naso vegetale e terroso con sussurri di ribes. In bocca la potenza del frutto e del legno sono compatte a formare un fiume in piena di dolcezza e morbidezza apportata dalla linfa dei raspi non rimossi durante l'elaborazione di questo vino.

11. Roagna Barbaresco Crichet Pajè 2005: un naso e un corpo spessi con sentori potenti e succosi della polpa di un frutto maturo e adulto. Un vino completo ed in equilibrio tannico-acido che ti conquista e garantisce sicurezza a lungo. 

12. Meo Camuzet Vosne Romanèe Cros Parantoux 1er 2004: uno dei migliori vini della serata, bello e tenebroso, direttamente da una delle più esclusive zone della Borgogna. Nonostante l'annata 2004 non sia il top, abbiamo un pinot nero rock&roll con note metalbalsamiche dal gusto alcalino su corridoi acidi e tannici in continua evoluzione mai aggresivo, sempre presente.








13. Roagna Barbaresco Crichet Pajè 2004:  se il cerchio è una delle figure più semplici da disegnare, in questo caso la complessità di questa sfera è da comprendere. Essa è tutta data dalla compattezza  indiscussa delle sensazioni tattili del palato. Gusto morbido ma intenso con tannino voluttuoso, mai graffiante.


14. Robert Chevillon Nuits Saint George Les Vaucrains 1er 2002: un domaine giunto alla sua 4° generazione con 13 ettari di proprietà classificati come Premier Crus principalmente. I vini maturano per 15-18 mesi in botti nuove per il 30% e 70% di primo passaggio. In questo caso il nome anticipa la beva. L'esplosione a sud-est dei terreni conferisce profumi di mirtilli e di vaniglia con note vegetali e di terra bianca. In bocca le nuances cremose e saline ti rapiscono e creano un lungo tunnel strutturato dominato con fermezza dalla acidità.  











15. Roagna Barbaresco Crichet Pajè 2001: l'annata è una classica, equilibrata e da lunga tenuta così come la '99 e la '96. In questo caso questo Barbaresco, in versione magnum, è una bomba di sale, di roccia con gusto secco e rettilineo a formare una fluorescente scia matura sul palato. Il finale è fresco e marino con aromi di prugna secca.

16. Domaine Dujac Clos de La Roche Gran cru 2002: 6 sole sono le parcelle presenti per questo clos con vigne vecchie di 60 anni. Un borgogna degno di esser chiamato cosi. I frutti rossi, lampone su tutti, morbidi e setosi si sciolgono in bocca  sprigionando la loro identità. Un vino serico con livelli di acidità e tannini tali da farti sognare ed immaginare un secondo incontro, più avanti, quando la maturità sarà definitivamente compiuta.   












Il compito di stupire nel gran finale è stato affidato al Roagna Barbaresco Pajè Riserva 1998: un Barbaresco degno di una sposa con profumi di rosa, mirtilli, spezie, sottobosco con incursioni amare  di erbe aromatiche. Un vino di una longevità eccelsa con un tannino tanto saldo quanto finemente abile a stuzzicare con eleganza il palato e la mente. Impossibile non meditare sulla vera esistenza della tomba dell'amore, il matrimonio tra uomo e vite, se si assaggia un nebbiolo di questa caratura.




Dopo degustazioni di questo tipo si conferma la mia idea su quanto sia complicato definire quale sia il vino migliore, il più buono. Il migliore fine a se stesso non c'è, non esiste. La cosa che più mi affascina del mondo del vino è l'imprevedibilità e lo stupore che si ha nello scoprire la crescita, l'evoluzione di un vino e di una vigna i quali, anche loro, come l'uomo, cambiano in continuazione e possono sempre fare meglio. 

Per certi vini, altrimenti, bisognerebbe inventare il superlativo di ottimo, non vi pare?