mercoledì 30 dicembre 2015

Cascina Boschetti Gomba, vini di titanica sincerità

Barolo - Cascina Boschetti Gomba

A vagar per le Langhe si sa che c'è sempre il rischio di imbattersi in cose "nuove" in termini di etichette e "tradizionali" se si analizza il personaggio che il vino lo fa, in questo caso, da ben 25 anni.
Parliamo di Sergio Gomba e della sua Cascina Boschetti situata nella collina che sorvola come un falco pellegrino sul comune di Barolo.
Quando si giunge in questa dimora si è come "sulla punta della montagna, "sul tetto del vino dei Re". La sottile strada che porta alla cantina, una lingua di terra bianca, impone all'occhio di dividere lo sguardo tra i due anfiteatri di vigne presenti, titanici.
I terreni in quest'area sono di origine tortoniana misti di marne calcaree ed argillosi che mutano nel giro di qualche metro e divengono sabbiosi. Entrambi contribuiscono alla produzione di uve Nebbiolo da Barolo dal gusto sincero e giustamente tannico.

Ma veniamo alla storia e ai fatti accaduti che sono ciò che più conta oggi. Sergio Gomba è un uomo concreto con un carisma e sguardo tanto tenaci e profondi da pietrificare la strada dinanzi a lui. Quella stessa strada che si è costruito e che lo ha portato nelle terre del Barolo nel lontano 1991.
Quando tutti "non si curavano" dei terreni lui investiva, li selezionava e li acquistava... Oggi l'Azienda Agricola Gomba vanta una proprietà di ben 25 ettari nei comuni di Barolo, Monforte d'Alba, Novello, Santa Vittoria d'Alba, Alba e di questi, 19 sono quelli situati nei comuni di Barolo.

Come tutti i bravi conquistatori, che come sanno di avere la vittoria in pugno pensano già alla successiva area da invadere, anche Sergio nel tempo ha deciso di espandere i suoi confini e si è diretto, con la sua forte consapevolezza, nel Roero per dar voce ai terreni noti per la Barbera, l'Arneis e Moscato.

Dal 1991 ad oggi la strada è stata in salita ma da buon vigneron il Sergio sa che "il lavoro si fa in vigna" e che non serve ricorrere al biologico se uno "lo è da sempre" indirettamente.


Le vigne vanno curate con le medicine all'occorrenza e se c'è un reale bisogno.
Posso solo immaginare la soddisfazione e l'orgoglio di vedere i lombrichi tra i filari, non c'è miglior risposta da parte della natura!

Il titanico Sergio non è amante degli incontri "perdi tempo", non si abbandona ai pensieri ed agisce veloce, con i fatti: "al mattino penso a cosa fare e alla sera deve essere tutto portato a termine".

Dopo la visita di rito nelle cantine una dedicata ad ospitare le vasche tecniche di acciaio, in cui i vini fermentano a temperatura controllata e l'altra con le botti (tonneau e barrique) mi viene spiegato dal giovane ed ambizioso enologo Maurizio Delpero che la tradizione prolifera costantemente e che anche in annate complicate come la 2014, si può fare bene perché si conoscono i limiti e le capacità delle piante che con l'esperienza, "sai che cosa ti possono dare".



Ed ecco che i livelli di PH e di acidità al momento della vendemmia sono ogni anno le fondamenta su cui costruire il proprio stile. Lo stile dei vini Gomba è rivolto alle richieste del mercato e alla denominazione di originesenza scialare.
Infine è bene indicare che l'area "Boschetti" è stata riconosciuta recentemente come MeGa e ad oggi Gomba, è l'unica azienda che vanta questa menzione in etichetta.


In bottiglia quanto appreso si trasforma in:


-Barolo DOCG Boschetti 2011: le uve nebbiolo impiegate per l'elaborazione di questo vino provengono dalle vigne impiantate sulla collina Boschetti da cui prende il nome la Cascina e il vino. Esse si trovano ad un'altezza fra i 285 e i 310 metri con un esposizione eterogenea a sud e sud-ovest. I terreni misti di calcare e di sabbia sono per la quasi totalità di proprietà Gomba.
Il colore è rubino intenso con riflessi granati, tipici del Barolo. A "freddo" il naso è un mix di vaniglia pepata. Con l'areazione e il calore la dolcezza della mora cresce. In bocca il tannino stordisce solo in entrata e si placa in seconda battuta regalando un gusto piacevole richiamando nel finale il fondo del caffè amaro. Un Barolo moderatamente spesso, da concedersi sempre, che non richiede attese e che non sfigura in nessuna occasione. 







- Barolo DOCG JLSorj 2011: le vigne di oltre 10 anni di età sono a 320 metri, uno specchio alto del Barolo. I terreni sono misti, composti da marne calcaree ed argillose. Il colore si presenta rosso rubino a richiamare la polpa interna dell'acino maturo. Al naso i profumi hanno una potenza non invasiva che ricordano i sentori di violetta e di prugna. A fare da fondo ci sono quelli di pietra azzurra fredda di fiume. In bocca è completo con una partenza felpata da un tannino poco ruvido, quanto basta, per far vivere in libera l' acidità e il gusto a lungo. Quest'ultimo è dolce all'inizio e leggermente amaro nel finale con un retrogusto firmato anche questa volta dal caffè. 
Come ogni Barolo che si rispetti ad oggi è una luna non ancora piena. 



L'atteggiamento nella vita quotidiana e le capacità di Sergio Gomba mi rammentano quelle di un falco pellegrino: titanica potenza e prodigiosa abilità nel volo

giovedì 10 dicembre 2015

A Govone, il Timorasso è in un “Magico pase di Natale “

Martedi 8 dicembre 2015, Govone

Come ogni anno in questo periodo si è alle prese con i preparativi delle imminenti festività natalizie, una corsa frenetica volta alla ricerca dei regali per amici e parenti con in testa le ricette dei piatti dei menu della cena della vigilia e del pranzo del 25 …
Per alleggerire quest’ansia e renderla più gioiosa ci pensano le luci, la magia,  i mercatini e i presepi in scena al Castello di Govone, l’incantevole Residenza Sabauda e Patrimonio UNESCO costruito in un punto strategico del Piemonte tra Alba ed Asti, in cui prede forma, per la nona volta quest’anno, il “Magico Paese di Natale”.
Nella splendida cornice del parco del Castello ci si tuffa in una fiaba intervallata dalle casette in legno in cui quasi 90 realtà piemontesi propongono al numeroso pubblico le loro eccellenze enogastronomiche.
Quest’anno a rendere ancora più preziosa la manifestazione sono le “Officine del gusto”, un ricco calendario di incontri, degustazioni e laboratori in cui grandi e piccini possono imparare a conoscere queste prelibatezze.




Avvolti da una magica allure il pubblico è chiamato alla corte di Laura Gobbi, giornalista ed organizzatrice di eventi enogastronomici che osa proporre in un polmone delle Langhe,  la storia di Walter Massa, il padre del Timorasso, vitigno tipico della zona di Alessandria.
L’eclettico ed esilarante Walter Massa nella giornata dell'Immacolata già dalle prime battute mette in chiaro i suoi punti cardinali ripercorrendo le tappe e i fatti che lo hanno spinto a decidere di voler donare al  Timorasso una seconda vita.
Il Timorasso è un’uva forte e robusta ma abbandonata da tutti nel periodo post fillossera e durante i conflitti mondiali, quando l’economia dei contadini ruotava intorno ad ortaggi più facili da gestire. La storia è simile a quella di un altro vitigno delle Langhe, la Nas-cetta del comune di Novello. Entrambe le varietà sono antiche ed abili nel sopravvivere agli attacchi degli afidi giunti dal nord europa e d’oltremare e nondimeno originarie di un luogo ben delimitato.
Il Timorasso già citato ai tempi del Medioevo da Pier Crescenzio nella sua opera Ruralium Commodorum libri XII, scomparve in favore del crescente interesse di Real Casa Savoia per il Cortese, uva più produttiva e meno laboriosa.
L’anno di rinascita è il 1987 e come racconta Walter Massa, “quando si è trattato di stabilire il prezzo” di vendita delle prime 580 bottiglie si è fatta una “media dei prezzi del più comune Cortese" capace di produrre il 50% in più in termini di resa per ettaro.
Le prime annate sono state complicate ma una volta compresi i capricci delle piante si è deciso di crederci e di dare il via ad un progetto magico volto alla dedizione totale per questa cultivar dall’ animo femminile residente in un corpo maschile, specchio della donna del nuovo millennio che per sopravvivere, deve essere anche uomo.



Una delle pillole di Walter è racchiusa nella frase. “è tutto un equilibrio sopra la follia”. L'equilibrio si ottiene mediante un' uva sana, il giusto tempo e il buon senso.
Con le conferme arrivate nei primi anni ’90 altri produttori si convincono e si uniscono al progetto di Walter per promuovere e valorizzare il Timorasso, prodotto oggi da una trentina o poco piú di aziende. Analizzando l’uva da punto di vista tecnico e aromatico si piui dire che i lontani avi portano i nomi di Sauvignon Blanc, Vermentino e Nebbiolo.
L’uva germoglia precocemente e maturando tardivamente si presenta con grappoli medio-grandi che trovano il loro habitat naturale in terreni argilloso-calcareo e marnosi. Per farla respirare la chioma richiede molte attenzioni, soprattutto in primavera.
Dopo esser stati catapultati nella fiaba di Walter, intervistato dal giornalista Danilo Poggio, ripercorriamo la sua storia con l'assaggio di alcune etichette dei Vigneti Massa:

Timorasso Derthona 2013: vino definito “base”, un primo appuntamento in cui si sta sulla difensiva e non ci si svela pienamente ma, volutamente, si lascia intravedere la stoffa senza palesarla perché non ancora pronta per via della giovane età. Il colore è un giallo paglia acceso, al naso i profumi sono citrini e di pompelmo. La bocca è semplicemente felpata su colonne acide dalle fondamenta amarognole.
- Timorasso Montecitorio 2010: l’uva impiegata per l’elaborazione di questo vino nasce su un suolo composto peri il 70% da argilla e per il 30% da marne esposte ad est.

Colore giallo pulsante. Il naso punge con profumi di albicocca secca ed erbe selvatiche.  In bocca il sale divide il palato e lascia poco spazio ad altre questioni di gusto.
- Timorasso Costa del Vento 2010 : vigne vecchie esposte a sud-ovest su terreni ricchi di marne grigie e bianche. Colore solare. Il naso è segnato dai profumi di pesca sciroppata e dalla camomilla. In bocca è un raduno pietroso con retrogusti di zenzero e di limone verde.
Timorasso Sterp 2009: un arrivo eccelso di un percorso mutevole nel tempo. Maturità raggiunta con un colore giallo oro e un naso che richiama il dolce della pesca stramatura in cui dalla polpa gocciola la vita. In bocca è una seta pungente con l’acidità a fare ancora da sfondo.

Per ultimare il capitolo della storia del Timorasso si può dire che anche in questa occasione questo vino si è confermato come un vino bianco longevo che può dire la sua se seduto alla tavola rotonda dei Cavalieri della Borgogna.