giovedì 14 luglio 2016

Balbiano: Vigne Reali di Generali “quasi normali”


In un venerdì estivo, caldo,  dalle luci romantiche la Compagnia del Calice sceglie l’Azienda Balbiano letteralmente la “Cantina del Freisa”  per regalare ai propri soci una serata speciale in cui poter scoprire le sfumature di questa cultivar abbinata ai cocktail a base di Vermouth Anselmo.
Certamente si tratta di una serata dal DNA torinese in cui è doveroso concentrarsi sulla storia di questi prodotti, la loro origine, e perché incessantemente continuiamo a ricercarli, forse perché veri, forse perché “semplici”, tradizionali…


Insieme a Luca Balbiano, la terza generazione vivente “nata nel Freisa”, come dice lui, ci dirigiamo nelle cantine per una rapida visita dei locali in cui avvengono le fasi di  fermentazione dei vini. Fino a qui, tutto rientra in un modus operandi “da manuale” salvo poi il proseguire con la visita nel museo delle “Contadinerie” prima e del “Giocattolo” poi. La mente inevitabilmente viene catapultata in un mondo parallelo, in un’ ”Isola che non c’è” in cui i ricordi prendono forma e gli interrogativi annebbiano la mente come un vino con troppa solforosa ( ndr ). In questi locali si trovano una miriade di oggetti da collezione, oltre 1500, e giocattoli di ogni tipo, 600 pezzi ca, tra i quali risulta impossibile dimenticarsi di un Pinocchio in legno, il preferito dal Generale di Casa Balbiano, Francesco,  e la prima versione di Slot machine. I locali, inaugurati nel 1990 dopo un lungo lavoro di restauro a cura dell’Architetto Enzino Solaro sono oggi un museo che completa la filosofia di vita di questa famiglia in cui ritroviamo l’entusiasmo e l’energia di un bambino, nei giocattoli e l’expertise nelle sale arredate con attrezzi da lavoro “contadini”, una visione materiale di 25 anni di ricerca.
Ritornati nella “superficie terrestre” ci trasferiamo in un modernissimo locale, un prisma, costruito per  ospitare degustazioni, eventi e cerimonie.

Il giovane Luca Balbiano, già Presidente del Consorzio di Tutela delle DOC Freisa di Chieri e Collina Torinese prende la parola e ci racconta come l’uva Freisa sia parte di lui, di Chieri nonché imparentato con il tanto “decantato” Nebbiolo, figlio minore di un titanico papà dal carattere robusto, acido e tannico ma  con angoli morbidi, se smussati bene.
Tra il ‘600 e il ‘700 la Freisa era “come il prezzemolo” veniva prodotta e consumata dalla borghesia con terre nominate negli atti pubblici come “vinee ultra padum”, le vigne oltre il Po. Queste “Vigne” sono diventate poi “Ville” e ad una in particolare, magica, dedicheremo il giusto spazio più avanti.

Dopo la degustazione dello Spumante Brut Rosè Chiulìn e il Friesa di Chieri DOC Superiore Barbarossa il testimone viene passato a Giustino Ballato uno dei giovani soci di Anselmo Vermouth il quale dopo una scrupolosa ricerca e il ritrovamento di uno dei marchi storici di questo vino liquoroso aromatizzato ha deciso di rilanciarlo, recuperando la ricetta originale del 1854 che vanta la presenza di ben oltre trenta erbe.

Oltre alle versioni lisce Rosso e Riserva ci si è fatti deliziare ed ammaliare dalle gesta del barman di “Affini” Michele Marzella che live ha preparato un paio di squisiti cocktail a base Freisa e Vermouth, of course. Ed è stata la volta dell’“Americano sbagliato” – Cocktail a base di Freisa di Chieri frizzante 2015 Balbiano, Vermouth Anselmo Riserva, Liquore Alpestre, Biancosarti e de “Il Barbarossa” , cocktail a base di Freisa di Chieri Superiore Barbarossa Balbiano in infuso di spezie, Vermouth Anselmo Rosso, Bourbon Whiskey, Bitter alla menta.


La serata si è poi conclusa con grappe e secondi giri di alcune delle proposte di cui sopra, in un alone quasi di dispiacere perché si dovrà aspettare la fine dell’estate prima di un altro evento della Compagnia del Calice!


A questo punto dell’articolo “normalmente” il lettore si aspetta di leggere le note dei vini ma il faut lire encore perché è nelle 12 h successive quando il sole pulsava e Luca mi aspettava in cantina per assaggiare de visu i suoi vini, che ho capito la Real grandezza di Casa Balbiano. Si dice che i vini assaggiati con il produttore siano più buoni, forse è l’emozione, il momento, il contesto …in questo caso ci aggiungiamo l’ incredibile voglia di fare, l’ entusiasmo e lo stile di un giovane erede tali che farebbero tacere un pappagallo e far muovere una mummia.
Circondati da vecchie foto e botti inizia una maratona di confronto-incontro in cui uno pensa, l’altro dice, uno sfiora un concetto l’altro lo approfondisce, intervallati da un sorso di vino prima Freisa poi Freisa e ancora Freisa…


Dalla famiglia, al lavoro in vigna dialoghiamo sul concetto del biologico e dell’ andamento dei mercati e a quanto sia bello, ma complicato, vivere in una terra che non si chiama Langhe, e che il riuscire a vendere  vino che dopo la parola ”Vigna” non presenta in etichetta il nome di un blasonata MeGa sia, forse, surreale.
Ma una vigna c’è anche qui ed è la prima riga del racconto di una fiaba ambientata niente di meno che nella prima capitale sabauda, Torino.


Si tratta del Vino Freisa diChieri Vigna Villa della Regina, “un sogno che si avvera” come amano dire da queste parti. Villa della Regina è  il gioiello barocco tornato a splendere nel 2006 dopo tormentati lavori di restauro. Voluta dal Cardinal Maurizio di Savoia è stata finemente ristrutturata seguendo il progetto dello Juvarra nella prima metà del Settecento e fa oggi parte del circuito delle Residenze Reali in Piemonte. La spiegazione del nome così fiabesco è data dal fatto che è stata la dimora di due consorti dei Re di Sardegna: Anna Maria di Orleans e Maria Antonietta Ferdinanda di Spagna.
Sviluppata secondo un modello per le “vigne”, il complesso comprende oltre alla villa, un' ampia area verde e mantiene ancora oggi un profilo che richiama "le ville romane". Finemente incastonata tra le colline che la fanno da teatro si caratterizza per i suoi eleganti giardini all'italiana.
La villa si sviluppa al Piano nobile intorno ad un grandioso salone centrale arricchito da straordinarie scenografie di Giuseppe Dallamano e i dipinti di Corrado Giaquinto e Giovan Battista Crosato. Dal salone si accede agli Appartamenti Reali riccamente decorati, nei quali trova posto in modo esemplare il gusto settecentesco per le "cineserie".


E le vigne? Con il reimpianto avvenuto nel 2004, le ricerche storiche ed ampelografiche, condotte con l’aiuto prezioso del Prof. Gerbi (Facoltà di Agraria dell’Università degli studi di Torino) ed alla Dott.ssa Anna Schneider (CNR -Torino), dal 2011 il vigneto di Villa della Regina è stato inserito all’interno dell’area DOC del Freisa di Chieri.
Le piante sono curate e coccolate dallo scrupoloso ed attento Luca che insieme a quelle di Parigi e Vienna, sono le uniche in Europa a rientrare nel progetto "Vigne in città”. Dal 2014 questo vigneto reale è  gemellato con il “Clos Montmatre”.

Si percepisce la fatica e l’orgoglio nelle parole di Luca e del papà Franco quando raccontano tutto il percorso che è stato fatto e gli sforzi, racchiusi ora, in un vino icona, simbolo sabaudo, potente, elegante, Reale.


Freisa di Chieri Villa Vigna della Regina 2013 Superiore: il colore è rosso rubino tenue. Il naso richiama profumi delicati e dolci dei piccoli frutti rossi, di liquirizia e di spezie. Al palato il gusto è avvolto da un elegante ma potente tannino, sottile e vibrante dal ritmo deciso che permane a lungo ed ultima lasciando una bocca dolce e pulita.






Mi toccherà aspettare qualche giorno prima di vedere gli 8 mila metri quadrati di vigne che circondano la Villa della Regina che oltre alle molte ore di luce godono della protezione del vento proveniente dalla Val Susa. L’attesa vale, una volta  arrivati in cima è obbligatorio chiudere gli occhi e aprirli lentamente dalla giusta posizione se si vuole avere nella medesima inquadratura  il centro della Città di Torino, la Mole Antonelliana e i filari di Freisa, sempreverdi. Non so in quanti hanno avuto la fortuna di venire qui, la mia sensazione è quella di essere in un focolare, un luogo intimo  in cui si ritrova l’origine, si distendono i nervi e si trovano nuovi stimoli per andare avanti, nonostante i problemi dell’ “ordinaria amministrazione”.


Su è giù per i filari incontro rose e margherite, una vera e sana vegetazione. E se dopo la salita c’è sempre la discesa questa è bene farla con chi conosce la terra, sorretta da una mano solida per la fine di ogni paura e preoccupazione perchè altre scalate  attendono. Giustappunto, se fino a questo momento tutto è stato “quasi tutto” normale come avviene nel bowling, con l’ ultimo lancio, si fa strike. Si rimane disarmati dopo l’ascolto di questo ultimo e dolce progetto di Luca, la scelta di salvaguardare una cultivar autoctona di Chieri e di vinificarla in purezza per esaltarne le caratteristiche, domarne le difficoltà, gli spigoli e le reazioni di chi non ha appoggiato all’inizio questa decisione.


E’ tempo di svelare che cosa c’è in questo ultimo calice ed è tempo di andare oltre i confini, rompere le barriere ed abbattere i pregiudizi che si hanno nei confronti delle varietà che a causa post crisi fillosserica sono state abbandonate.
Il vino che mi viene versato è di quelli dolci, da dessert, leggero, fine, elegantissimo prodotto con il Cari, varietà che risulta esser citata nel 1606 in un manuale scritto dal gioielliere, architetto e produttore di vino Giovanni Battista Croce, che lasciò la Lombardia per prestare servizio a favore di Sua Altezza il Duca di Savoia Carlo Emanuele I.

Luca ha deciso di incrementare la produzione di questo vino creando un vero e proprio clos, come direbbero i francesi, impiantando più di qualche filare in un fazzoletto di collina non distante dalla cantina di Andezeno. Sono di fronte ad un unicum nel mondo che rispecchia il desiderio di un produttore, lo rende materiale.
Nel momento post assaggio nella cantina c’è un silenzio assordante che pochi vini sanno creare. Una sensazione che si mischia con l’imbarazzo e lo stupore. Il colore è rosa tenue con un profumo elegantissimo, con punte di lampone, di rosa canina e spezia. In bocca il gusto fluttua con leggerezza e morbidezza. La sensazione del dolce è minuziosamente calibrata ed in equilibrio con la freschezza. Un vino regio che emoziona per la sua profondità. Sembra quasi che il significato del progetto si sia fuso nel corpo liquido in questo calice.



Da li a poco mi ritrovo fisicamente in questo clos per vedere le barbatelle che presto, daranno i loro primi frutti.
Se il 2016 sarà ricordato come un anno con un secondo in più, ognuno di noi deve scegliere come impiegarlo. Io scelgo l'incontro con la vigna Cari destinata a diventare “grande” perchè la sola al mondo ad essere stata rivalorizzata in una porzione di collina tutta a lei dedicata. Scelgo il secondo in cui Luca l'ha guardata e il freddo che mi è venuto, nonostante i 36 gradi.

Lascio la cantina con la consapevolezza di aver respirato oltre che l'anima, la vita del Freisa.





mercoledì 6 luglio 2016

Sant'Anna dei Bricchetti, emozioni ad ogni sorso!

5 luglio 2016, Riverside Torino



Nella splendida cornice del Riverside, lo storico circolo sportivo della Città di Torino affacciato sul Po, Madavin ha deciso di inaugurare la stagione estiva con un evento speciale: una cena - degustazione che ha visto scendere sulle tavole gli squisiti salumi Lenti abbinati ai vini di Sant’Anna dei Bricchetti.
Ogni realtà HO.RE.CA che si rispetti si sa che possiede una propria tempra, filosofia e visione... Nel caso di Madavin la ricerca dei prodotti è affidata al savoir faire delle papille gustative e a ciò che queste conferiscono al palato: la sicurezza di proporre un buon vino che può essere apprezzato da un pubblico specifico che l'intero staff ama coltivare e curare con passione ed esperienza in questa sua attività di distribuzione
La serata prende il via con le precise ed esaustive spiegazioni di Ruggero e Orsetta Lenti, sposati da oltre trent’anni condividono l’amore per il buon cibo e vino.
Se potessimo raccontare le loro vite con un linguaggio matematico si potrebbe dire che Ruggero sta ai salumi come Orsetta sta ai vini. L’entusiasmo è la voglia di esprimere la loro expertise e dinamicità sono il minimo comun denominatore mentre i palati appagati dei commensali sono il risultato di questa squisita espressione










Dietro e dentro i calici dei vini serviti in abbinamento al prosciutto cotto tradizionale, l’ arrosto di pollo, il lardo magro, l’arrosto di maiale, la porchetta delicata e il prosciutto cotto Lenti&Lode c’e una storia che come dice Orsetta “è tempo di raccontare”. Il suo sogno era di quello di trovare un luogo in cui potersi esprimere risaltando al contempo il territorio e i vitigni del Monferrato,  la Barbera ed il Moscato.
Il sogno si concretizza con l’acquisizione della Cascina del Culunel risalente al 1800 che sorge sulla collina Sant’Anna a Costigliole d’Asti. L’incontro è fatale per Orsetta perché quando si arriva in cima a questa collina lo sguardo si perde nell’arco alpino in cui il Monte Rosa ed il Monviso sono vere e proprie call - to - action mentali, più che fisiche, perché si è in una porzione di superficie terrestre impari in cui le vigne  godono di una dieta terrena ricca e variegata perché i suoli, prevalentemente argillosi, sono arricchiti da spessi strati  di gesso e di sabbie bianche. 
Grazie alla vendemmia manuale, le sfogliature, le potature estreme, i diradamenti dei grappoli e una selezione minuziosa degli acini si riesce ad ottenere un livello qualitativo dei vini elevato considerando che si è solo al quarto anno di attività!

Il fascino di entrare in contatto con questi nuovi profumi e sapori sta nella sorpresa di ritrovare nei vini parte delle caratteristiche umane di chi li produce. Orsetta, mamma solare, accogliente e di carattere è anche una donna che si emoziona, sensibile, a tratti timida con una potenza ancora inespressa. La stesse sensazioni ritornano nei calici, ricchi, intensi ed eleganti con un grande potenziale che certamente nell’evoluzione raggiungeranno il livello che va al di la della collina ma questo, è un altro sogno tutto ancora da raccontare ma che già è scritto nella terra.


I vini in degustazione:

Sorsi di Emozioni Spumante Brut (metodo charmat lungo): elaborato da uve barbera e chardonnay questa cuvée si presenta con un colore giallo paglierino chiaro con una grana del perlage fine e continua. Il naso richiama i profumi di pesca, acacia uniti a quelli della crosta di pane dorata. In bocca la freschezza è in armonia con una sensazione dolce e rotonda per una beva completa dal forte potere sgrassante nel fin di bocca. Un vino poliedrico che si sposa a tutti i pasti grazie alla sua completezza e pienezza, mai invasive.





















Vino bianco  Suggestioni Sant'Anna dei Bricchetti 2015: un progetto coraggioso prima di essere vino per via della decisione di produrre un moscato secco affinato in barrique. Il colore è giallo paglierino acceso e al naso le note agrumate si accompagnano a quelle di pesca sciroppata e mandorla. In bocca è un volano dolce, diretto e preciso con una dinamicità che risalta la freschezza e la dolcezza, senza estremi.

Vino rosato Zefìro 2015: colore rosato vivo con profumi correnti della frutta rossa matura e i fiori di pesco. In bocca è sottile di buon equilibrio come un soffio leggero che nel fin di bocca è spinto da un volume sottile, lievemente tannico e caldo.










Barbera d’Asti DOCG Ricordi: una barbera voluta per richiamare la tradizione e riportare alla memoria il gusto dolce dell’uva. Il colore è rosso rubino con riflessi purpurei. Il naso è vinoso e richiama la confettura dolce del lampone. In bocca è fragrante e serico al contempo con una freschezza avvolgente che pulisce la bocca ed invita la mente a ricordare un momento di simile piacere.










Sono in giorni come questi che si può capire il perché ci si alza al mattino, l’essenza di una volontà, forse  grazie a un vino, grazie ad un ricordo. Grazie ad Orsetta e alla sua forza.


martedì 14 giugno 2016

Imbianchiamoci con gusto!

Asti - Palazzo Gazello

Si è svolta  ad Asti nella suggestiva cornice di Palazzo Gazello la prima edizione di “A bacca Bianca”, una manifestazione tutta dedicata alle cultivar bianche del Piemonte dal DNA autoctono ed internazionale.
Anche in questa occasione l’AIS, Associazione Italiana Sommelier non ha fatto mancare ai suoi seguaci momenti di didattica e di prestigio. Oltre alla presenza di moltissimi produttori e relatori quali Fabio Gallo e Mauro Carosso, si era avvolti dalla magia appesa creata con il percorso artistico curato da Giorgio Grasso

Gli organizzatori, giustamente mediatici, hanno scelto  di puntare su di un binomio sentito, vincente ed efficace, quello dell'arte e del vino accompagnato, socialmente, ai concetti di agricoltura biologica e del “saper bere”  entrambi non lesivi per la terra e per l’uomo.














Ad intervallare gli assaggi di oltre 40 etichette rigorosamente selezionate ci ha pensato la presentazione del dipinto che  FEOFEO ha realizzato ad hoc per questa manifestazione.

A parlare vis a vis con il delegato Ais, Paolo Poncino si intuisce  inoltre la voglia di superare qualche ostacolo e di raggiungere un target più giovane e moderno con una comunicazione veloce, programmata e chiara che è dovuta oggi ai wine lover ed agli appassionati del mondo del vino, quest'ultimo travestito da "tartaruga" quando si parla di cambiamenti.


Dopo aver "sentito questi movimenti" si passa all’assaggio reale e alle scoperte di tesori ritrovati.








- HERZU 2015 - Ettore Germano: questo Riesling in purezza anche in nell'annata 2015 si presenta di un colore giallo paglierino con riflessi verdolini. Il naso è ricco di profumi che spaziano da quelli tropicali a quelli di roccia. In bocca il gusto è voluminoso, compatto e deciso. Dopo un’entrata dolce la sapidità irrompe come un’onda per lasciare il palato perfettamente pulito e scosso.


 - Langhe DOC Favorita 2015 - Marco Porello: da un terreno calcareo e sabbioso in vigne collocate nel comune di Vezza si ottiene un vino dal colore giallo paglierino carico con un naso delizioso in cui spiccano la pesca matura e la cannella. La bocca è precisa, potente con una sapidità dal profilo sgrassante e secco nel fin di bocca.











- Vino bianco Calypsos 2015 - Montalbera: Viognier in purezza. Le uve provengono da Castagnole Monferrato e Montalbera. Il naso è fruttassimo e dolce con richiami di mango, ananas e punte di frutta secca. In bocca si apprezza per la sua tessitura sapida, persistente, di grande equilibrio.
- Il Montino 2011 - La Colombera: Timorasso al 100%. 
Le uve nascono in terreni argillosi non distanti da Tortona nella zona di Alessandria. Il colore è giallo paglierino carico e al naso i sentori netti di acacia e di biancospino si intervallano e quelli dolci della frutta gialla. In bocca si ha la sensazione di morbidezza, equilibrio e di spessore. Un vino con un  corpo caldo ed avvolgente capace di far vivere tutte le esperienze tattili: dolce, sapido, fresco ed amarognolo nel finale. Completo e di grande finezza.









I sommelier AIS nelle relative delegazioni territoriali vi aspettano per nuovi dialoghi e confronti gustativi. 
Ci si vede alla prossima edizione, magari #abaccarossa, quando ri-tornera il freddo.












mercoledì 18 maggio 2016

Castello di Neive un'azienda dal monopole storico

16 maggio 2016 Castello di Neive

In una giornata dai profili più autunnali che primaverili mi reco in visita con la rete vendita della Sagna S.p.A, nella terra fiabesca a destra del fiume Tanaro in cui si coltiva il nebbiolo da Barbaresco, il vino principe delle Langhe. Certamente l’articolo che mi accingo a scrivere è di un prestigio e di una difficoltà estrema perché so di avere nella penna una storia e uno spessore culturale ai quali bisogna dare il giusto rilievo. 
Si tratta del racconto della vita di un uomo con una forza d’animo rara che nonostante le sue 80 primavere alle spalle ha un fuoco ed un’energia che infiammano gli animi e le menti dei meno navigati ma influenzati dai tecnicismi moderni del "www" e sono distratti dal volume e dalla velocità delle informazioni, di qualsivoglia tipo.

Italo Stupino insieme ai fratelli Anna, Giulio e Piera è l’erede di una proprietà unica nello scenario vinicolo della Regione Piemonte, il Castello di Neive sito nell’omonimo comune in cui insieme a Barbaresco, Treiso e parte di quello di Alba l’uva nebbiolo diventa la DOP Barbaresco In questo tempio del vino il già noto Louis Oudart prima di essere chiamato alla Corte di Real Casa Savoia era riuscito ad affinare la sua arte producendo vini a base di uve nebbiolo.  I documenti storici narrano che l’enologo francese, commerciante di uve di successo nella confinante Liguria, riuscì a conquistarsi il primato con le sue etichette prodotte al Castello di Neive in diverse competizioni straniere come avvenne in occasione dell’Esposizione Internazionale di Londra nel 1862. 


E’ buffo ma sembra quasi che la stessa intuizione e talento siano stati assimilati da Italo Stupino,  al timone oggi di un impero culturale di una bontà exterus il banale grazie ad una attenta gestione della liquidità e all’ acquisizione dei migliori terreni nella zona del Barbaresco che ammontano ad un totale di 60 ettari di cui 26 "soli" destinati alla vite.



Il concetto del reale in questo quadro ha una doppia assisa che impone a chi si approccia di non “lanciare la moneta” per stabilire quale che  sia la più preziosa. Da un lato brilla il retaggio storico e dall’ altra spicca l’incredibile lavoro di ricerca svolto dalla cantina in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università degli studi di Torino, iniziato nel 1978. Grazie al Castello di Neive e ai professori Eynard ed Annibale Gandini si è dato il via ad un impianto di selezione clonale sull’Arneis, l’uva birichina abbandonata a se stessa fatta poi rinascere grazie ad un progetto svolto nel vigneto sperimentale di Montebertotto. Da questo lavoro oggi i 3 cloni ammessi dal disciplinare di produzione della regione Piemonte sono il CN15, il CN19 e il CN32.



Con la spinta propulsiva di questo progetto Italo non si è mai fermato e grazie al successo ottenuto nei mercati esteri, qualche anno fa ha preso una decisione dettata dal raziocinio, “non potevo permettermi di non avere abbastanza vino per i miei clienti, soprattutto americani” ci ha confidato.  Da qui la scelta nel 2012 di acquisire un’ampia struttura tecnica per accogliere tutti i macchinari e le vasche in acciaio inox i cui i vini svolgono i processi di fermentazione. Per la produzione e la stabilizzazione dei vini bianchi si usa la tecnica della flottazione in cui vengono trasportate in superficie le particelle solide in sospensione con lo scopo di separare la feccia dal mosto più velocemente e garantire altresì il mantenimento delle proprietà del vino. 




Il livello di produzione si affina grazie anche all’arrivo, nel 1999, dell’enologo Claudio Roggero supportato dal suo braccio destro in campagna Marco Ion che racconta con quanta cura e precisione le operazioni di elevage e reumage, per il metodo classico, siano svolte come da tradizione, nelle storiche cantine del castello mediante l’impiego di botti in legno di grandi e piccole dimensioni. In vigna i trattamenti sono ridotti all’osso e i livelli di solforosa non raggiungono mai 100 mg/lt. perché “se l’uva è sana non c’è bisogno di coprire le ferite”.


Esaurite le spiegazioni tecniche è la volta di andare a vederle queste vigne! Sono infatti i magici luoghi in cui ogni appassionato di vino si perde durante l’ascolto della storia e dell’acino, filare dopo filare. Su tutte, due sono le tappe che fanno parlare, Santo Stefano e Basarin.




La prima è oggi monopole del Castello di Neive, fortemente voluta ed acquistata a meta del secolo scorso da  Giacomo, il papà di Italo che in quel periodo da buon geometra, studiava i terreni, le distanze e i valori a catasto e proprio per le già allora note potenzialità di questo appezzamento si è stabilito di ristrutturalo totalmente e dedicarlo alla coltura delle uve. Questa vigna è un unicum di inaudita altezza in cui l’uva matura con un quid impari ma pari a quello di altri luoghi sommi, come la Vigna Rionda a Serralunga o il clos di Grèves, Vigne de l’Enfant Jésus scoperto e salvato da Bouchard un negotian dal grande intuito e capacità che tanto ricorda il nostro Italo Stupino. La collina Basarin invece se oggi è una sottozona del Barbaresco è in realtà nata sotto la stella del Dolcetto ma con una massa da Gigante rossa che in pochi sanno. In questo luogo illuminato da potenti fasci di luce nella pancia del Barbaresco Italo veniva a fare la dolce merenda con pane, olio e dolcetto.
In ogni appezzamento che vediamo l’enologo Oggero tiene a far notare che nel fondo valle non ci sono vigne ma noccioleti per non rischiare di portare a casa uve che a causa di possibili problemi di drenaggio o con meno ore di sole si presentano, al momento della raccolta, poco mature e/o ricche di acqua.

Arrivati a Neive prima della degustazione dei vini la visita continua nelle cantine storiche in cui nel 1996, durante i lavori di ristrutturazione è stato trovato un ‘infernotto’, scavato nel tufo in cui le gocce di acqua quando cadono bagnano il passaggio, in testa.
Nei cortili del Castello si possono ammirare oggi la pesa per i carrelli dell’uva e il torchio che Oudart reputo necessari per le fasi di produzione del vino. Alla vista di questa concretezza storica si comprende che qui nel silenzio, l’innovazione e la lungimiranza hanno preso forma diventando nel tempo un manuale pratico seguito alla lettera da Giacomo Stupino, quando decise di acquistare i terreni agricoli e annessi fabbricati.


L’oratore chiamato a raccontare i vini è il Prof. Gerbi della Facoltà di Agraria dell’Università degli studi di Torino figura che riesce a spostare i riflettori dalle dimore sabaude che concorrono a formare la Corona di Delizie al lavoro di ricerca di questa cantina prima castello poi luogo di studio e dimora di vino.


La batteria di vini proposta é il frutto di anni di fatiche e di entusiasmo che pare non avere fine. Italo che già nel suo nome racchiude il suo attaccamento all’agricoltura rispecchia più profili dell’ Italia:  del sacrificio, del lavoro, della bellezza, della cultura con una tempra di un generale che sa dove piantare ginestre gialle una volta conquistate le terre d’oltremare…


I vini del Castello di Neive: 


Langhe Arneis DOC  2015: 12,5 vol%. questo vino viene prodotto nella vigna della ricerca di Montebertotto impiantata nel ’77. Al naso profuma di fiori di tiglio, di latte di riso, agrumi e note di albicocca secca con l’ aumento della temperatura. La bocca é leggermente pungente e iodata con la freschezza della pietra bagnata in un finale leggermente amarognolo. 

Langhe Riesling DOC 2015: colore giallo paglierino con riflessi verdolini. Il naso richiama il lime avvolto da nuance di legno e di erba tagliata. In bocca la matrice ferrosa é unita dalla dolcezza ed astringenza della mela verde.

Dolcetto d'Alba DOC 2014: colore rubino tendente al violaceo. Il naso é invaso dalla prugna cotta e dalla viola. Il palato é asciutto e coperto da una sottile sfoglia tannica. 

Dolcetto d'Alba Basarin DOC 2014: prodotto da vigne vecchie di oltre 35 anni in una porzione di suolo tra le più vocate,  a detta dal tempo, con esposizione in pieno sud. Al naso i profumi sono intensi e ricordano quelli dolci tipici del vitigno. In  bocca il vino ha una struttura tannica ed alcolica di potenza tale da non essere ancora di beva equilibrata ma che con il riposo in bottiglia troverà un equilibrio di prodigiosa concentrazione.

Barbera d'Alba DOC 2014: colore rubino con riflessi granati. Il naso é un mix di fiori e di ciliegia matura. In bocca il gusto é voluminoso e compatto di buona rotondità e piacevolezza.

Barbera d'Alba DOC 2013 senza solfiti: alta è l 'aspettativa per questa espressione di uva Barbera per un vino tremendamente moderno, richiesto, voluto e ricercato. Il colore è rosso rubino carico.  Il naso è chiamato ad andare oltre alla barriera vegetale, eterea, a tratti quasi terrosa. In bocca il gusto dolce delle uve si sprigiona su un telaio tannico leggermente  graffiante che apporta rugosità e freschezza. 

Barbera d'Alba Santo Stefano DOC 2013: Il colore si presenta rosso rubino con riflessi violacei. Il naso é pulito dai bastoni di liquirizia e punte di ciliegia appena raccolta. La bocca é vinosa, morbida e sostenuta da larghe spalle acide.

Barbera d'Alba Superiore DOC 2012: Il passaggio di un anno in barrique conferisce al vino un colore porpora carico, sentori di cipria, di viola con punte di foglia di pomodoro. In bocca  l'acidità stringe il gusto dolce a formare un film patinato.

Piemonte Albarossa DOC 2013: un vino che nasce dall’unione delle uve Chatus, il nebbiolo di Dronero e Barbera. Un matrimonio intenso, vivace e colorato . Il colore è rosso rubino carico con riflessi violacei. Un calice che può diventare di culto per via del suo naso moderno, ricchissimo in frutta rossa matura con un gusto da masticare grazie a tannini levigati e un’ acidità che evidenzia la struttura e il potenziale di tenuta nel tempo capace di asciugare, senza seccare.

Barbaresco DOCG 2013: colore rosso rubino chiaro. Il naso richiama sensazioni di mora e di sambuco. Un vino basale, una biglietto da visita da mostrare a chi non ha mai avuto occasione di conoscere il nebbiolo da Barbaresco. Un nucleo in cui si racchiudono brevemente l’eleganza dei tannini, la freschezza e il gusto dolce dell’uva affinata grazie ad un sapiente uso del legno.

Barbaresco Gallina DOCG 2012: elaborato in una delle migliori MeGa il colore é rosso rubino tenue e al naso si ricorda per un sentore intenso di confettura di lamponi con granelli di liquirizia. In bocca l'aroma é pertinente al naso e si svela lentamente con gusto timidamente sapido di lunga persistenza e profondità come un diritto lungolinea.


Barbaresco Santo Stefano DOCG 2012: la vigna è monopole del Castello di Neive in una posizione speciale in una conca naturale in direzione del Tanaro in cui il vento e il sole sono liberi di riscaldare ed asciugano le uve come in nessun’altra porzione di collina della zona del Barbaresco.



Il colore è rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento. Al naso i profumi richiamano la mora matura e la menta. In bocca il gusto dell’uva si sprigiona creando un manto morbido ed elegante. Un vino con una “puissance sans poids” con una spinta acido-tannica di rara finezza.  

Ultimiamo la batteria con una verticale di tre Riserve del Barbaresco DOCG Santo Stefano la 2011, 2009 e la 2007.

Il Barbaresco Santo Stefano 2011 si esalta per la sua freschezza ed astringenza. Ancora chiuso, fatica a venir fuori. Il 2009 emana note di cacao e di liquirizia con punte di prugna. In bocca la cilindrata di questo vino fa presagire la lunga strada che puo percorrere senza interferenze acide o tangenti. Un crescendo di gusto e sensazioni sapide ed astringenti in un finale dolce ed appagante. Certamente questo Barbaresco è come direbbero i cugini francesi  un “vin de garde”.

Infine nel  2007 l’acidità e la sensazione di rugosità sono ancora vive e presenti forse un pelo stanche. Ammetteranno, anche i palati più esperti, che può non essere corretta la fotografia di quest’ultimo vino per via della velocità e della stanchezza delle papille gustative.


Per chi volesse approfondire di seguito riporto i comunicati del consorzio di tutela inerenti gli andamenti climatici delle annate:
2012 
2011

I vini del Castello di Neive sono distribuiti in Italia dalla Sagna S.p.A