martedì 1 novembre 2016

Perché è "La Différence Cristal"

27 ottobre 2016 | Milano, Four Seasons

Parlano di lui come di un grande vino, elaborato su richesta dello Zar, Alessandro II, per proteggersi e distinguersi, durante le feste, in compagnia di illustri ospiti. E’ la cuvée Cristal, l’ineguagliabile cilindro dorato, una carezza per il palato, un brillante per l’occhio. Si è parlato di lui al Four Seasons Hotel di Milano in occasione della presentazione dell’annata 2009, in cui la Maison Louis Roderer ha deciso di produrlo. Il millesimo è ricordato per l’inverno rigido e secco seguito da una splendida estate soleggiata e di scarse precipitazioni; un grande classico per un vino fresco e baciato dal sole.

Un lussuoso salotto milanese per una celebre uscita dunque per mostrare l’ultima creazione dello Chef de Caves Jean-Baptiste Lécaillon che insieme a Fredric Rouzaud, Presidente della Maison Roederer e  Massimo Sagna, importatore e distributore dei vini dell'omonima società, spiega il perché ci sia il bisogno, da oltre una decade, di uscire dal clima. Un suolo pulito, ricco di vivi elementi conferma la gioia di avere una perfetta sanità delle uve al momento della vendemmia, è la ragione indimenticabile per decidere di produrre un vino sincero, figlio della terra, privo di spigoli effervescenti. Un etat d’ésprit già enunciato dall’enologo Emile Peynaud: “la qualità di un vino proviene per l’80 % da quella del grappolo”.



Il Cristal, classificato come un biodinamico per il 60%, è un progetto ambizioso destinato ad essere un puro entro il 2020. Tra i 240 ettari di proprietà nei migliori Grands Crus della Montagne de Reims, della Vallée de la Marne e della Côte des Blancs il lavoro di analisi e di cura delle vigne è meticoloso, di estrema ratio, condotto seguendo il calendario lunare. Ciò è parte de La Différence Cristal, una dottrina, una filosofia che diventa un vino di sopraffusione mitica, per un incontro sensazionale.

L’assenza di validi motivi per ritornare ad elaborare cuvée convenzionali è natura, l’essere all’interno, come uomini, del ciclo della vite. La Différence Cristal spiega con quattro fotogrammi il diverso approccio alla produzione dello champagne, una terra estrema, dal clima violento ed imprevedibile. In questa campagna si sfiorano gli insegnamenti steineriani, forse sorpassati ed abusati e per questo, privati del loro valore, per introdurre efficacemente nel rigo semplici note dal suono attento, bio, ma anche dinamico, per continuare un percorso adatto al modernismo.

Regole naturali già studiate da storici come Aristotele, Plinio e Virgilio che si erano interessati alle influenti conseguenze dell’acqua, del terreno, dell’aria e del sole.

I fossili, la biodinamica, le fasi lunari e le stagioni.

Gli orizzonti terrestri, la loro conformazione, carichi di fossili, sono una risorsa, la memoria del tempo che non si ferma e continua a raccontare la storia. Il benessere del suolo è dato dai preparati a base di quarzo per una migliore fotosintesi, il nutrimento della pianta.





Nella nostra galassia i pianeti interni sono uno stimolo per la riproduzione, Venere, per il movimento della Terra, il soffio vitale, la Luna. All’esterno, Marte è l’ardente plagio per la pianta, Giove in un fulmine e in un raggio, è la natura sfidante ed infine Saturno, è una glaciale pressione, un’anima stressante. È solo quando il nostro satellite è invisibile che la Terra fissa le informazioni notturne raccolte e applica le forze riproduttive, siano esse crescenti o calanti.
Una gelata invernale rinforza il silenzio della vigna che si mostra spoglia, riflette l’abbandono del sole, libera il tempo per il riposo di se e dell’uomo che la coltiva.
Un altro anno è passato, un’altra grande cuvée è nata, attendiamo il prossimo risultato dell’incontro tra l’uomo e la natura. 


CRISTAL 2009                                                                             


Prodotto per il 60 % da uve Pinot Noir e il restante 40% da Chardonnay, il dosaggio è pari a 8 g/l. La malolattica pari a zero, l’affinamento per il 16% in fusti di rovere, i 6 anni di maturazione e gli 8 mesi in bottiglia ritornano in un calice che ben si accoglie per eleganza, finezza ed intensità. Questa solida struttura si prepara ad un meraviglioso e lungo invecchiamento.

Il colore dorato trova sinergia nei profumi di agrumi e di albicocca secca che si incontrano dolcemente con le note del caprifoglio. Una beva organizzata, rettilinea, precisa e delicatamente sofisticata che si integra con energia ai gusti del frutto che si specchiano nel gesso e a cascata, son bagnati da fiocchi di cioccolato bianco.

Questa serata è stata anche occasione per un secondo incontro, prestigioso, che conferma il movimento della Maison, la presentazione del Brut Nature 2009. A sorpresa si racconta di “une page en plus”, il secondo capitolo della collaborazione tra Louis Roederer e il designer Philippe Starck che disegna l’etichetta con carattere inglese. In essa troviamo la spontaneità e l’orgoglio di "un uomo che ha fatto uno champagne di cui è fiero su un foglio bianco trovato per caso, un pezzo di giornale o un acquerello della figlia. Poi, con semplicità e naturalezza, evidenzia le parole importanti con il pennarello. Questo champagne non ha bisogno di ulteriori artifici. La bellezza si scopre nella sua essenza, quando non c'è più niente da togliere. Ed è il caso del Brut Nature 2009: l'unica cosa da togliere è il tappo, per berlo." Philippe Starck. 

Bibliografia:
Michel Bouvier - Les vins en biodynamie

mercoledì 28 settembre 2016

Blue Hour: la Tequila che nasce in un orizzonte lunare, senza tempo

Messico - da Guadalajara  a Puerta Vallarta 

In Messico, il luogo al centro della Luna – come qui viene definito - si vedono gli effetti di questo satellite naturale composto, secondo la Teoria dell'Impatto Gigante dallo stesso manto del nostro mondo, ma privo degli elementi più leggeri. Un legame inarrestabile che illumina il blu del mare che si trasforma in un faro notturno, di un colore brillante di potenza tale da raggiungere i fondali marini più profondi, per arrivare oltre l'abisso, al centro della Terra.

Intro extra-terrestre, lunga e strana che ricorda quella musicale dei Depeche Mode in “Strange love”.


Or dunque superando ogni orizzonte della superficie terrestre troviamo le radici profonde di un prodotto locale che prende il nome, forse, dalla città dall'alto numero di distillerie, Tequila. Fino a ieri Messico era sinonimo di Maya, di sole, di sombrero, di fiesta e spiagge, ad oggi si aggiunge un luogo-incubatore mastro, padre di un grande spirit elaborato a partire dall’agave o meglio, dalla sua piña: la parte fredda, interna, sensibile e pura, il cuore del Tequila. Il sorso è robusto, diretto, poi dolce, poi morbido, nudo perché spogliato delle sue foglie protettive: lame dure e taglienti.



Solo con un viaggio ruspante ai limiti del sonno, da non capire se il buio è notturno o diurno si possono apprezzare le cose semplici, reali nonché i tratti umani e sinceri – spina dorsale di chi guida un’ azienda - che in questo caso sono il DNA di una passione e coinvolgimento inaspettati per un luogo in cui fermentate e distillate le idee, si è ottenuto il/la Tequila.
La Hora Azul oltre ad esser un marchio della Società canadese, Don Good Tequila, è il nome scelto per un distillato qui scoperto, assaggiato raw e mixato, che rimane un simbolo, un'icona anche per i palati più maturi.



“Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno” e qui nella zona di Jalisco, una delle più vocate in cui è concessa la produzione di Tequila, "La Hora Azul" è il momento che sugella l’unione di forze lunari, di poteri cosmici in cui i lenti movimenti terrestri influenzati dall’energia del satellite, penetrano dolcemente nel terreno, stimolando e rinforzando la crescita dell’agave, guarda caso, blu.


Per parlare della versione Blanco, l' indiscussa base di freschi Margarita ci si tuffa nel Pacifico, facendo snorkeling si è accarezzati dalle onde che  riportano alla mente quelle delle foglie dell'agave che orlano l’orizzonte, come in un quadro di Van Gogh o meglio un “gira pagina” di Klein Blue in cui ogni  singolo pigmento concorre alla luminosità, ad aggregare, per fattori non solo estetico, ma anche qualitativo e concettuale; nonostante gli intoppi chimici embrionali si arriva alla scelta di un’ autonomia,  dell’essere un qualcosa di unico e puro, monocolore, un 100%, frutto dell' Io.



Nelle Tequila La Hora Azul si ritrovano la stessa esigenza e voglia di individualità, uno spirit bramoso di esser considerato come un Super Premium che eccelle non solo in una solitaria tinta, ma anche in sfumature diverse legate da uno stesso stile che ricordano di essere solo e semplicemente l’incontro tra cielo e terra in un tramonto, in un’alba da assaporare tali e quali o miscelate com lime, arancia o cetriolo per cocktail dal gusto reposado o añejo, riposati o invecchiati.
Dopo il filosofare è tempo dei tecnicismi ossia, prima di essere Tequila il liquido che si ottiene, l'aguamiel, è la conseguenza della cottura delle pine in antichi forni a vapore per conservarne meglio aromi e freschezza, raccolte al raggiungimento del peso che varia dai 30 ai 40 kg all’età di 7, 8 anni.
Un valore aggiunto è la scelta di approvvigionarsi da 300 farmers locali diventando così un supporto economico che crea una rete sociale che lavora per uno stesso obiettivo.
L’aguamiel è composto per il 25%  da zucchero e una volta fermentato subisce una doppia distillazione discontinua - un giro intorno al sole e alla luna – ed  una volta tagliata al giusta grado, la Blanco è pronta al consumo viceversa con l'affinamento in botti americane si ottengono le tipologie Reposado (6 mesi) e Añejo (22 mesi).


A rendere Premium e Super  questa Tequila è la materia prima, l' agave “blu”, come detto, 100% da agricoltura biologica coltivata su terreni vulcanici.
Con scavo polemico poi si nota che nella tipologia Mixto è prevista l'aggiunta al liquido in fermentazione di altre sostanze zuccherine e che - disciplinare recit - per esser chiamato Tequila basta il solo un 51% di agave blu.
Passando al vestito, il packaging, si è davanti al risultato di uno studio di oltre 18 mesi che fotografa ed imbottiglia  il terroir in un prezioso contenitore di vetro, puro come un diamante, sfumato del colore de La Hora Azul, ora blu, la cui chiusura è stretta in un nastro di seta. Questo blu sfumato, ricercato in un effetto fusion è continuità, una contaminazione di vite: la notte che diventa giorno e viceversa.


Come per il pregiato vetro anche il disegno e l'intero concept nascono a Guadalajara. Posando gli occhi sulla bottiglia questi seguono i due serpenti intrecciati presenti in facciata voluti per richiamare il simbolo dell’infinito, necessario per presentare una Tequila senza un tempo, da concedersi in qualsiasi momento. Quello stesso tempo che sembra non passare quando si cammina per le vie di Tequila o dei micro villaggi della zona di Jalisco, circondati da movimenti lenti di uomini che incontrano i sorrisi dei bambini che rientrano da scuola colorando marciapiedi solari.

Bere Tequila La Hora Azul – Blue Hour significa perdersi in un orizzonte,  sempre blu, come finisce il sole inizia la notte, la Luna tiene il tempo, l’agave cresce ed esercita il suo campo magnetico.


Distribuite in esclusiva da Sagna S.p.A.


giovedì 14 luglio 2016

Balbiano: Vigne Reali di Generali “quasi normali”


In un venerdì estivo, caldo,  dalle luci romantiche la Compagnia del Calice sceglie l’Azienda Balbiano letteralmente la “Cantina del Freisa”  per regalare ai propri soci una serata speciale in cui poter scoprire le sfumature di questa cultivar abbinata ai cocktail a base di Vermouth Anselmo.
Certamente si tratta di una serata dal DNA torinese in cui è doveroso concentrarsi sulla storia di questi prodotti, la loro origine, e perché incessantemente continuiamo a ricercarli, forse perché veri, forse perché “semplici”, tradizionali…


Insieme a Luca Balbiano, la terza generazione vivente “nata nel Freisa”, come dice lui, ci dirigiamo nelle cantine per una rapida visita dei locali in cui avvengono le fasi di  fermentazione dei vini. Fino a qui, tutto rientra in un modus operandi “da manuale” salvo poi il proseguire con la visita nel museo delle “Contadinerie” prima e del “Giocattolo” poi. La mente inevitabilmente viene catapultata in un mondo parallelo, in un’ ”Isola che non c’è” in cui i ricordi prendono forma e gli interrogativi annebbiano la mente come un vino con troppa solforosa ( ndr ). In questi locali si trovano una miriade di oggetti da collezione, oltre 1500, e giocattoli di ogni tipo, 600 pezzi ca, tra i quali risulta impossibile dimenticarsi di un Pinocchio in legno, il preferito dal Generale di Casa Balbiano, Francesco,  e la prima versione di Slot machine. I locali, inaugurati nel 1990 dopo un lungo lavoro di restauro a cura dell’Architetto Enzino Solaro sono oggi un museo che completa la filosofia di vita di questa famiglia in cui ritroviamo l’entusiasmo e l’energia di un bambino, nei giocattoli e l’expertise nelle sale arredate con attrezzi da lavoro “contadini”, una visione materiale di 25 anni di ricerca.
Ritornati nella “superficie terrestre” ci trasferiamo in un modernissimo locale, un prisma, costruito per  ospitare degustazioni, eventi e cerimonie.

Il giovane Luca Balbiano, già Presidente del Consorzio di Tutela delle DOC Freisa di Chieri e Collina Torinese prende la parola e ci racconta come l’uva Freisa sia parte di lui, di Chieri nonché imparentato con il tanto “decantato” Nebbiolo, figlio minore di un titanico papà dal carattere robusto, acido e tannico ma  con angoli morbidi, se smussati bene.
Tra il ‘600 e il ‘700 la Freisa era “come il prezzemolo” veniva prodotta e consumata dalla borghesia con terre nominate negli atti pubblici come “vinee ultra padum”, le vigne oltre il Po. Queste “Vigne” sono diventate poi “Ville” e ad una in particolare, magica, dedicheremo il giusto spazio più avanti.

Dopo la degustazione dello Spumante Brut Rosè Chiulìn e il Friesa di Chieri DOC Superiore Barbarossa il testimone viene passato a Giustino Ballato uno dei giovani soci di Anselmo Vermouth il quale dopo una scrupolosa ricerca e il ritrovamento di uno dei marchi storici di questo vino liquoroso aromatizzato ha deciso di rilanciarlo, recuperando la ricetta originale del 1854 che vanta la presenza di ben oltre trenta erbe.

Oltre alle versioni lisce Rosso e Riserva ci si è fatti deliziare ed ammaliare dalle gesta del barman di “Affini” Michele Marzella che live ha preparato un paio di squisiti cocktail a base Freisa e Vermouth, of course. Ed è stata la volta dell’“Americano sbagliato” – Cocktail a base di Freisa di Chieri frizzante 2015 Balbiano, Vermouth Anselmo Riserva, Liquore Alpestre, Biancosarti e de “Il Barbarossa” , cocktail a base di Freisa di Chieri Superiore Barbarossa Balbiano in infuso di spezie, Vermouth Anselmo Rosso, Bourbon Whiskey, Bitter alla menta.


La serata si è poi conclusa con grappe e secondi giri di alcune delle proposte di cui sopra, in un alone quasi di dispiacere perché si dovrà aspettare la fine dell’estate prima di un altro evento della Compagnia del Calice!


A questo punto dell’articolo “normalmente” il lettore si aspetta di leggere le note dei vini ma il faut lire encore perché è nelle 12 h successive quando il sole pulsava e Luca mi aspettava in cantina per assaggiare de visu i suoi vini, che ho capito la Real grandezza di Casa Balbiano. Si dice che i vini assaggiati con il produttore siano più buoni, forse è l’emozione, il momento, il contesto …in questo caso ci aggiungiamo l’ incredibile voglia di fare, l’ entusiasmo e lo stile di un giovane erede tali che farebbero tacere un pappagallo e far muovere una mummia.
Circondati da vecchie foto e botti inizia una maratona di confronto-incontro in cui uno pensa, l’altro dice, uno sfiora un concetto l’altro lo approfondisce, intervallati da un sorso di vino prima Freisa poi Freisa e ancora Freisa…


Dalla famiglia, al lavoro in vigna dialoghiamo sul concetto del biologico e dell’ andamento dei mercati e a quanto sia bello, ma complicato, vivere in una terra che non si chiama Langhe, e che il riuscire a vendere  vino che dopo la parola ”Vigna” non presenta in etichetta il nome di un blasonata MeGa sia, forse, surreale.
Ma una vigna c’è anche qui ed è la prima riga del racconto di una fiaba ambientata niente di meno che nella prima capitale sabauda, Torino.


Si tratta del Vino Freisa diChieri Vigna Villa della Regina, “un sogno che si avvera” come amano dire da queste parti. Villa della Regina è  il gioiello barocco tornato a splendere nel 2006 dopo tormentati lavori di restauro. Voluta dal Cardinal Maurizio di Savoia è stata finemente ristrutturata seguendo il progetto dello Juvarra nella prima metà del Settecento e fa oggi parte del circuito delle Residenze Reali in Piemonte. La spiegazione del nome così fiabesco è data dal fatto che è stata la dimora di due consorti dei Re di Sardegna: Anna Maria di Orleans e Maria Antonietta Ferdinanda di Spagna.
Sviluppata secondo un modello per le “vigne”, il complesso comprende oltre alla villa, un' ampia area verde e mantiene ancora oggi un profilo che richiama "le ville romane". Finemente incastonata tra le colline che la fanno da teatro si caratterizza per i suoi eleganti giardini all'italiana.
La villa si sviluppa al Piano nobile intorno ad un grandioso salone centrale arricchito da straordinarie scenografie di Giuseppe Dallamano e i dipinti di Corrado Giaquinto e Giovan Battista Crosato. Dal salone si accede agli Appartamenti Reali riccamente decorati, nei quali trova posto in modo esemplare il gusto settecentesco per le "cineserie".


E le vigne? Con il reimpianto avvenuto nel 2004, le ricerche storiche ed ampelografiche, condotte con l’aiuto prezioso del Prof. Gerbi (Facoltà di Agraria dell’Università degli studi di Torino) ed alla Dott.ssa Anna Schneider (CNR -Torino), dal 2011 il vigneto di Villa della Regina è stato inserito all’interno dell’area DOC del Freisa di Chieri.
Le piante sono curate e coccolate dallo scrupoloso ed attento Luca che insieme a quelle di Parigi e Vienna, sono le uniche in Europa a rientrare nel progetto "Vigne in città”. Dal 2014 questo vigneto reale è  gemellato con il “Clos Montmatre”.

Si percepisce la fatica e l’orgoglio nelle parole di Luca e del papà Franco quando raccontano tutto il percorso che è stato fatto e gli sforzi, racchiusi ora, in un vino icona, simbolo sabaudo, potente, elegante, Reale.


Freisa di Chieri Villa Vigna della Regina 2013 Superiore: il colore è rosso rubino tenue. Il naso richiama profumi delicati e dolci dei piccoli frutti rossi, di liquirizia e di spezie. Al palato il gusto è avvolto da un elegante ma potente tannino, sottile e vibrante dal ritmo deciso che permane a lungo ed ultima lasciando una bocca dolce e pulita.






Mi toccherà aspettare qualche giorno prima di vedere gli 8 mila metri quadrati di vigne che circondano la Villa della Regina che oltre alle molte ore di luce godono della protezione del vento proveniente dalla Val Susa. L’attesa vale, una volta  arrivati in cima è obbligatorio chiudere gli occhi e aprirli lentamente dalla giusta posizione se si vuole avere nella medesima inquadratura  il centro della Città di Torino, la Mole Antonelliana e i filari di Freisa, sempreverdi. Non so in quanti hanno avuto la fortuna di venire qui, la mia sensazione è quella di essere in un focolare, un luogo intimo  in cui si ritrova l’origine, si distendono i nervi e si trovano nuovi stimoli per andare avanti, nonostante i problemi dell’ “ordinaria amministrazione”.


Su è giù per i filari incontro rose e margherite, una vera e sana vegetazione. E se dopo la salita c’è sempre la discesa questa è bene farla con chi conosce la terra, sorretta da una mano solida per la fine di ogni paura e preoccupazione perchè altre scalate  attendono. Giustappunto, se fino a questo momento tutto è stato “quasi tutto” normale come avviene nel bowling, con l’ ultimo lancio, si fa strike. Si rimane disarmati dopo l’ascolto di questo ultimo e dolce progetto di Luca, la scelta di salvaguardare una cultivar autoctona di Chieri e di vinificarla in purezza per esaltarne le caratteristiche, domarne le difficoltà, gli spigoli e le reazioni di chi non ha appoggiato all’inizio questa decisione.


E’ tempo di svelare che cosa c’è in questo ultimo calice ed è tempo di andare oltre i confini, rompere le barriere ed abbattere i pregiudizi che si hanno nei confronti delle varietà che a causa post crisi fillosserica sono state abbandonate.
Il vino che mi viene versato è di quelli dolci, da dessert, leggero, fine, elegantissimo prodotto con il Cari, varietà che risulta esser citata nel 1606 in un manuale scritto dal gioielliere, architetto e produttore di vino Giovanni Battista Croce, che lasciò la Lombardia per prestare servizio a favore di Sua Altezza il Duca di Savoia Carlo Emanuele I.

Luca ha deciso di incrementare la produzione di questo vino creando un vero e proprio clos, come direbbero i francesi, impiantando più di qualche filare in un fazzoletto di collina non distante dalla cantina di Andezeno. Sono di fronte ad un unicum nel mondo che rispecchia il desiderio di un produttore, lo rende materiale.
Nel momento post assaggio nella cantina c’è un silenzio assordante che pochi vini sanno creare. Una sensazione che si mischia con l’imbarazzo e lo stupore. Il colore è rosa tenue con un profumo elegantissimo, con punte di lampone, di rosa canina e spezia. In bocca il gusto fluttua con leggerezza e morbidezza. La sensazione del dolce è minuziosamente calibrata ed in equilibrio con la freschezza. Un vino regio che emoziona per la sua profondità. Sembra quasi che il significato del progetto si sia fuso nel corpo liquido in questo calice.



Da li a poco mi ritrovo fisicamente in questo clos per vedere le barbatelle che presto, daranno i loro primi frutti.
Se il 2016 sarà ricordato come un anno con un secondo in più, ognuno di noi deve scegliere come impiegarlo. Io scelgo l'incontro con la vigna Cari destinata a diventare “grande” perchè la sola al mondo ad essere stata rivalorizzata in una porzione di collina tutta a lei dedicata. Scelgo il secondo in cui Luca l'ha guardata e il freddo che mi è venuto, nonostante i 36 gradi.

Lascio la cantina con la consapevolezza di aver respirato oltre che l'anima, la vita del Freisa.